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Aneddoti al ristorante dopo lo spettacolo

di Marco Parodi, Edizioni La Mongolfiera 2019

 

Il teatro è il regno dell’effimero, dove nulla resta ed anche la morte del protagonista rimane il tempo del primo applauso per trasformarsi in ricordo. E sebbene effimero, il teatro è molto unito alla memoria, intessuto di memoria. Per cui questo libro di Marco Parodi vuole ricordare ciò che è fuori scena, ciò che non è lo “spettacolo”, “quei rumori fuori scena” che poi saranno parola, aneddoto, scherzo, e infine memoria. È un libro/sipario che si apre sulla vita, che fa degli attori e dei teatranti non più e solo dei divi ma delle persone come le altre, anche se la parola normale non si addice a un luogo in cui ogni bacio è un apostrofo rosa, ogni gesto un Agamennon qui giacque, o la crisi di una coppia l’occasione per un monologo.

Marco Parodi ci restituisce dei piccoli sketch, sia nel senso di disegno che di battute, di un mondo appena scomparso, perché il teatro che lui descrive e lo dice lui stesso, non c’è più. Era ancora fatto di bauli insieme a nuovi sacchi a spalla, di mondi fittizi e di ristoranti che chiudevano a notte fonda, perché l’adrenalina dello spettacolo ha bisogno di ore per essere smaltita tutta, e la mattina poi è fatta per dormire. Guai a chiamare un attore o attrice prima di mezzogiorno!

Oggi, invece, si svegliano tutti presto, perché c’è il fitness da fare e perché dormire tanto non fa proprio bene alla salute. Oppure ci si sveglia presto per godere o capire quel po’ di realtà e luce, prima di rinfilarsi in un teatro buio. Era un mondo dove tutti, pur facendo teatro, recitavano se stessi e recitavano per poter lavorare, così non sapevi distinguere se qualcuno recitava male o viveva male, tutto era mescolato, o per alcuni era più comodo che lo fosse.

Era un teatro comunque dove i ruoli venivano rispettati perché c’erano, e dove anche il testo non era un “a prescindere” dal testo, le riunioni a tavolino era lunghe e il testo si scopriva prima da seduti e poi come una sbornia si iniziava a sentire se reggeva sulle gambe. I giorni di prova erano tanti e tanti anche i mesi di tournee e le prove erano, oggi sembra una bestemmia, le prove erano pagate!

Forse, si può anche pensare che il vero teatro non debba essere così, tutto finto. Ma quando mai il teatro è stato vero! O che un teatro sia più vero di un altro! E poi era un teatro già contaminato con la televisione, il cinema, il doppiaggio, che gli attori si aggrappavano alla tradizione per non perdersi in una crisi di identità estetica.

Bisogna ringraziare Marco anche per qualche nota non troppo politicamente corretta o qualche scivolone di gusto riportato nelle battute di chi le disse o nel comportamento di alcuni o alcune. Perché così c’è nel libro quella verità che il sipario spesso nega.

Io vorrei, invece, citare un aneddoto su Marco Parodi come un omaggio alla sua generosità e amicizia, di quando eravamo parenti nella grande famiglia Giordana.

Era un Natale di non ricordo quale anno, forse, il 1984, e in attesa di aprire i regali Marco mi consegna una busta. Nei mesi precedenti io avevo iniziato a scrivere una commedia, e spesso con Cristina mia moglie ci divertivamo a tratteggiare i personaggi prendendo qua e là fra le manie di famiglia; una figura femminile ci divertiva molto ed era un misto fra mia madre e quella di Cristina tutte e due nate per un gioco del destino lo stesso giorno e tutte e due un po’ ipocondriache. Sebbene la commedia fosse però quasi finita ancora non si riusciva a trovare un titolo adatto. In quella busta Marco aveva messo come regalo, insieme poi ad altri regali, il titolo tanto cercato della commedia che fu: La commedia dei sentimenti.  

Con quella commedia fui segnalato al premio IDI ma di quella commedia, si scriveva ancora a macchina e non c’erano i file, ormai non c’è più traccia, forse in qualche cassone della SIAE a Parigi o forse perduta per sempre. L’effimero del teatro e la sua memoria, lo testimonio anche io ma tutto per ringraziare Marco.

Vittorio Pavoncello

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                                                             Marco Parodi

E' nato a San Remo durante la guerra, nella stessa strada in cui il padre di Italo Calvino dirigeva un fantastico Orto Botanico. E' andato all'asilo nello stesso edificio in cui Eugenio Scalfari frequentava il liceo. Ha seguito la famiglia in Sicilia, facendosi accompagnare a scuola dal capomafia di Casteldaccia e sedendo nello stesso banco col cugino di Dacia Maraini. Attore per caso, a soli diciassette anni è stato scelto da Aldo Trionfo per un noir scandaloso di Jean Genet insieme a Paolo Poli. Folgorato da Giorgio Strehler, è stato gratificato da un intenso scambio epistolare con Paolo Grassi, e molto più tardi anche con Ivo Chiesa. Passato alla regia, ha vinto una "Noce d'oro" che gli è stata subito rubata da una banda di zingarelli. Dopo il '68 è stato fatto segno di ripetuti assalti da parte di alcuni socialisti craxiani, già pronti a trasferirsi alla corte di Berlusconi, per la sua adesione al PCI. Ciò nonostante è riuscito a far conoscere Karl Valentin in Italia, a riscoprire Achille Campanile, a rendere omaggio a Giorgio Gaber "da vivo". Ha organizzato eventi en plein air, rassegne di spettacoli e poesia, corsi di recitazione un pò dovunque, arricchendo i curricula di tanti giovani attori. Oggi dirige a Cagliari "La Fabbrica Illuminata",con l'intento di ridare spazio ad autori,attori, musicisti, scenografi, costumisti, sopravvissuti ad un teatro che rispecchia il nulla che siamo: paese senza più morale, popolo senza più cultura, collettività senza più identità. Un pubblico che ama il nulla e si specchia gaudente nella propria inesistenza.