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Fisiologia dell’impiegato di Honoré de Balzac

 

LO STATO SONO IO

 

E’ abbastanza evidente che il parallelismo corpo e Stato – a partire dal famoso apologo dello stomaco e delle membra di Menenio Agrippa- mostri delle similitudini che sebbene metaforiche spesso definiscono lo Stato meglio delle ideologie che dello Stato vogliono servirsi per dei meri scopi di potere. Ed un elemento centrale dello Stato è rappresentato dall’impiego pubblico, croce e delizia sia per chi ci lavora sia per chi deve averci a che fare. Quante volte ci è capitato di perderci in labirinti degni di un romanzo di Kafka o di attendere fino all’esasperazione per avere un documento o per spedire una lettera? Sono scene che quotidianamente attirano la nostra attenzione. E ogni volta c’è sempre qualcuno che inveisce contro l’impiegato statale accusato di essere un parassita e un ruba soldi. Ripercorrendo lo stereotipo un po’ logoro dell’impiegato ozioso e nullafacente.

Il problema della classe impiegatizia e della burocrazia è vecchio e spesso la letteratura se ne è interessata con dei capolavori narrativi come è stato nel caso di Gogol. Ma in questa letteratura, sebbene meschino, era sempre un essere umano che veniva ritratto con le sue debolezze e cattiverie a cui il suo ambiente lavorativo lo induceva.

E’ diversa invece la burocrazia impiegatizia descritta da Balzac in questa nuova edizione della Fisiologia dell’impiegato di Honoré de Balzac pubblicato da Elliot Edizioni (2018) nella versatile traduzione di Marco Diani.

A Balzac ovviamente non interessa mostrarci lati umani poiché la sua disanima è tutta improntata all’ironia. Non vuole descriverci l’uomo impiegato ma il carattere. E il carattere è già una modalità sclerotizzata dell’essere umano. Non si incontrano più esseri umani ma tipi. Ovvero i prodotti che servono allo Stato e che lo Stato produce in grande quantità. Sono tutti impiegati, dal fattorino al direttore generale, ma come acutamente ci fa notare la Fisiologia dell’impiegato la differenza non è soltanto nello stipendio o nel grado di responsabilità ma nella politica, poiché il direttore generale sebbene sia un impiegato dello Stato ha una carica politica che non può avere il fattorino. 

Ma Balzac non è così sprovveduto e cita più volte come ogni tipo che si nasconde o si mostra in un ufficio è l’anello di una lunghissima catena che può permettere che altri anelli si aggiungano oppure no.   Coloro lavorano nel pubblico impiego possono, paradossalmente, incrementare oppure paralizzare la vita di uno Stato. E il lettore non può non porsi la domanda che Balzac gli propone, ovvero di scegliere quale sia la forma di Stato migliore:

 

      Qual è lo Stato meglio organizzato, quello che fa molte cose con pochi impiegati o quello che fa poco con molti impiegati?

 

Il libro ha delle divertenti incisioni di Louis-Joseph Trimolet che illustrano i vari impiegati in dei veri e propri sketch visivi. Sono le opera di un bravo artista abbastanza noto all’epoca ma a cui la notorietà non alleviò la miseria che lo travagliò fino a farlo prematuramente morire di tisi. E anche questo episodio di Trimolet ci racconta di come, sebbene privasse della libertà e desse un guadagno quantificabile fino alla pensione, la vita da impiegato statale era più ambita di altre professioni.

 

Vittorio Pavoncello

Redazione Voltapagina

copertina_balzac

Balzac , Honoré de. - Romanziere francese (Tours 1799 - Parigi 1850). Narratore estremamente prolifico e dai toni improntati a un acceso realismo, nella sua opera ha cercato di rappresentare i molteplici aspetti della società francese della prima metà dell'Ottocento. La sua costellazione narrativa venne da lui stesso raccolta ne La Comédie humaine, pubblicata (1842-48) in 16 volumi, in cui si collegano avvenimenti e personaggi dei suoi romanzi, in uno sviluppo ciclico di antefatti e di azioni in ambienti diversi, per arrivare a una rappresentazione completa, orizzontale e verticale, della società del tempo.


http://www.treccani.it/enciclopedia/honore-de-balzac