Search for
 

 

  

    

   

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aldo Braibanti

La forza della mitezza

  

 

Un temporale estivo che fece cadere alcune formiche regina sulla mia terrazza fu l’occasione che mi portò a frequentare Aldo Braibanti. Lo avevo conosciuto allo studio Campitelli uno studio di architettura che ospitava mostre. Le prime volte lo incontrava là in occasione dei vernissages sebbene non amasse molto andare in luoghi troppo affollati.

“Non so mi sembrano strane, sono delle grandi formiche con delle ali. Il forte temporale deve averle sbattute a terra. Sulla mia terrazza.”

 “Sono le Regine!! Doveva essere uno un volo nuziale con lo sciame d’amore! Portamele appena puoi! Intanto mettile in un contenitore con dello zucchero. Le formiche si nutrono di zucchero. Devi prendere un batuffolo di ovatta e dopo averlo imbevuto e strizzata lo passi nello zucchero. Mettiglielo a fianco.”

“Si, Aldo ma dove le tengo?”

“Non hai un formicaio?! E’ facile da fare.”

Non mi sono mai costruito un formicaio non volendo diventare un mirmecologo, e quella volta, come tante altre volte alla fine dell’estate ho fatto attenzione, dopo un forte temporale a vedere se la pioggia avesse sbattuto sulla mia terrazza le Regine d’Amore.”

 Dopo quel primo incontro ho continuato a vedere Aldo, strappandolo a volte dalla sua riservatezza e difensiva misantropia. Lo andavo a trovare in quella sua casa ingombra di libri e di animali. L’ordine e la pulizia non erano certo di casa ma albergavano in modo chiaro e limpido nella sua mente e nelle sue parole. Abbiamo parlato spesso e collaborato alcune volte a dei progetti. Come nel caso di questa poesia che scrisse per la mostra: Il popolo del sogno.

Pasolini l’aveva definito un uomo mite. Lo era ma quanta forza in quella mitezza!

Vittorio Pavoncello

Sforzo di un sussurro

 

 interroga i tempi          trascorsi

  

più dell’urlo assordante di minaccia

tutti sappiamo che può lo sforzo di un sussurro

più del pugno incrostato di sangue

può la luce chiara di un sorriso

più della tromba ipocrita di qualche sergente

può il gorgheggio di un fringuello lo stormire di un salice

l’inno di una megattera il balbettio di un bambino

 

tutti sappiamo ma serve ben poco sapere

quando gli occhi sono ciechi le bocche mute le mani abbandonate

lungo i fianchi

 

i miei tempi sono dentro i nostri tempi

non ci sono tempi loro

il mio passato è il nostro passato

non esiste un loro passato

noi siamo loro

lo abbiamo sempre saputo

 

l’alterità è solo un punto d’osservazione

il nemico è la fatica dell’evoluzione

l’amico è il mio specchio quando m’immergo nei colori dell’aria

la sintesi ha i limiti ingannevoli di tutte le protesi

la metafisica è la fata morgana dell’adorazione dell’io

 

il tuffo nella memoria è il rischio di chi non vuole seppellirsi nel dolore

mi tuffo per non cedere alla illusoria fascinazione dei numeri

la retroazione mi persuade a camminare

smuove le frane ripetitive con la cocciuta ansietà di un attimo dopo

 

la parola il silenzio la savana il castello

sono l’elitra maculata di un solitario maggiolino

è vero che ogni diamante si annulla in un soffio di vento

è vero che si rigenera nell’arcobaleno del ricordo

è vero che giochiamo sempre con la formica il delfino il vecchio ippocastano

è vero che impariamo ogni giorno di nuovo senza troppa paura

l’umile pellegrinaggio nella notte dell’entropia

 

il panico e l’angoscia si dissolvono nel pungolo di qualche minuzzola vita

se dalla scialuppa di salvataggio grande come una pupilla

spicco il volo per guardare dall’alto le stradicciole della ricerca

ogni volta mi inebrio di una visione relativa

ogni volta frantumo l’alterigia dell’idolatra

 

ieri oggi domani ora qui solo un punto

un punto mobile come il tornado il fulmine il sangue

se voglio vivere non posso non ricordare

se voglio ricordare non posso non amare la vita

fondere nel fuoco del dubbio la spada delle arroganti certezze

il dogma cieco e sordo senza l’abbaglio dell’illusione

il dogma che confonde morte e violenza per coazione a ripetere

il dogma della rinuncia nel nome di un piacere senza piacere

 

emblemi metafore macchine grottesche verso il nero

spingono folle di zombi che non conoscono ironia

ma sono maestri di beffe atroci contro chi invoca la pace

contro chi risponde al grido del pianeta malato

contro chi soffre il giogo di padroni più ciechi di loro

contro chi non accetta il fetore dell’industria della morte

morte dell’ortica della farfalla dell’agnello del cucciolo umano

 

guardate i giullari ubriachi di ritmi perversi

guardate gli schiavi delle loro protesi deificate

volano bassi e pesanti cantilenando senza il conforto della compassione

ipnotizzati dalla pietà di una coorte di carnefici

 

eppure ancora

trascorro a cavallo di una bicicletta di carta

monti e valli di pergamene troppo solenni

ancora non intendo il gingillarmi coi loro intricati complessi di colpa

la mia potenza si ribella all’impero di sparuti poteri mafiosi

 

i miei stracci contro le loro porpore paradossali

il mio affanno contro i loro proclami fermi e sicuri

i burattini dell’armadio gigante

se tentano gioiosamente il tango fanciullo

 

ricordo sogni non miei ma insopportabili come un imprinting violento

ma se cammino mi sazio di sapori forti e dolci

come la sottile brina di un altopiano

se cammino cerco il mio sogno intorno a me

nello sforzo macchinoso del mio respiro

se cammino mi lancio in orbita fuori dal velenoso grembo dell’orrore

cerco i tenaci virgulti dell’erba gramigna

 

non è difficile scansare i luminosi birilli saturi di dinamite

non impossibile cacciare gli untori che vendono campi e fiori

per una crosta di pane ammuffito

i guardiani robotizzati che strozzano con le mani nude

ogni allarme di ogni piccola vita

 

non è mai tardi per ricordare

se piano piano mi sento un poco più vivo

 

 

Aldo Braibanti

Scrittore

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

aldo_braibanti 

Aldo Braibanti  è morto nella sua casa di Castell’Arquato,(Piacenza) a 92 anni

Aldo Braibanti, il suo plagio scandalizzò l’Italia del ’68 In realtà nella condanna a nove anni di carcere del “professore” pesò soprattutto la sua omosessualità. È morto a 92 anni nel Piacentino

E’ stato l’unico, nella storia della Repubblica, a essere condannato per il reato di plagio, inteso ovviamente come la riduzione in proprio potere «e in totale stato di soggezione» di un’altra persona, come recitava la legge ereditata dal «Codice Rocco» dell’Italia fascista. Venne in realtà incarcerato e processato in quanto omosessuale, e il giudizio cui fu sottoposto fra i ‘64 e il ‘68 rimane come il segno di un’epoca. In sua difesa insorse un movimento d’opinione per la cancellazione di un reato assurdo, che in ogni caso fu dichiarato incostituzionale solo nel 1981. Aldo Braibanti, primo e ultimo a subirne le conseguenze, condannato a nove anni in prima istanza, dovette scontarne due in carcere: mentre il suo compagno, benché maggiorenne, veniva rinchiuso in manicomio dai genitori, e «curato» con gli elettroshock. 
Braibanti è morto nella sua casa di Castel’Arquato, in provincia di Piacenza, tre giorni fa, a 92 anni, e per sua volontà la notizia è stata resa pubblica solo ieri. Studioso di filosofia, poeta, artista, si definiva un libero pensatore; durante il processo era per i media «il professore», ma non ha mai insegnato. E’ stato semmai un animatore culturale, con un passato politico importante. Studente universitario a Firenze, partigiano dal 1940 con Giustizia e Libertà e poi nel Pci, fu arrestato due volte e torturato (e ironia della sorte, proprio questo aspetto della sua vita gli valse uno sconto di pena nell’assurdo processo). Era un dirigente di primo piano del Pci, ma presto abbandonò la politica attiva, radunando intorno a sé tra Roma a Castell’Arquato intellettuali e artisti, da Sylvano Bussotti all’allora giovanissimo Marco Bellocchio, con cui lavorò alla fondazione dei «Quaderni Piacentini», la rivista di punta nella cultura del ‘68. 
 
 Studiava le formiche e si dedicava ai collages, scriveva opere teatrali e sceneggiature, si misurò col cinema sperimentale. Intellettuale discreto e multiforme, era noto in una cerchia relativamente ristretta. Erano gli anni in cui l’essere apertamente gay suonava scandaloso, talvolta intollerabile. Si rischiavano i rigori della legge (come era accaduto anche a Pasolini). La sua fu però una vicenda particolare e complessa, proiettata sulla scena nazionale anche da un assurdo intrico di famiglia. Che non riguardava lui, ma il compagno Giovanni Sanfratello il cui padre denunciò Braibanti nel ‘64 alla Procura di Roma, accusandolo appunto di plagio. Era l’unica via giudiziaria possibile, dato che Giovanni aveva 24 anni, e dunque essendo maggiorenne poteva fare, almeno in teoria, quel che gli pareva. 
 
I due vivevano insieme da tempo, dopo essersi incontrati nel laboratorio artistico «Torre Farnese», che Braibanti aveva nel suo paese del Piacentino. In rotta con la famiglia molto tradizionalista, il ragazzo si era trasferito a Roma col suo mentore, apertamente e senza nascondersi. Oggi sarebbero una coppia gay come tante. Allora, invece, fu avviata una lunga inchiesta, mentre il povero Giovanni Sanfratello veniva letteralmente prelevato dai famigliari e rinchiuso per due anni in manicomio. Fu una vicenda feroce e grottesca. Il giovane ne sarebbe uscito, dopo una terapia a base di elettochoc, con il divieto di leggere libri che non avessero almeno cent’anni. 
 
Intanto l’inchiesta procedeva. Nel ‘67 Braibanti venne arrestato, e il 14 luglio 1968 arrivò la sentenza: nove anni di carcere per «plagio», ridotti a sette per i meriti partigiani, e a due un anno dopo, in Corte d’Appello. Giovanni Sanfratello aveva tentato in ogni modo, durante i processi, di scagionare l’amico, ma ovviamente non era stato preso in considerazione. Era un «plagiato», dunque non credibile. A poco servì la mobilitazione di intellettuali come Moravia, Eco, Pasolini e di parte della sinistra, radicali e Marco Pannella in testa. L’omosessualità dichiarata era qualcosa di molto imbarazzante. Lo fu durante processo, e lo restò per molti anni ancora, quando tornato libero Aldo Braibanti, vittima esemplare di un’Italia feroce e bigotta, si rifugiò nel suo torrione e riprese il lavoro di sempre. 
Non inseguiva il successo. Nel 2006 gli venne concesso dal governo Prodi il piccolo assegno mensile previsto dalla «legge Bacchelli» per il sostengo di personalità di alto profilo culturale in condizioni di estremo bisogno. Se di un risarcimento si trattava, arrivò tardi. 

MARIO BAUDINO

CULTURA- LA STAMPA
09/04/2014