Search for
 
 

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Film di Samuel Beckett

  Ne “La camera chiara”, il suo saggio sulla fotografia Roland  Barthes fra le tante immagini ci mostra la foto di un uomo che sta per essere condannato a morte, il soggetto fotografato si da a vedere in quanto morente, sul punctum  di morire. Un doppio morire, si offre allo sguardo: quello della foto come azione  che coglie nell’ultimo istante ciò che non sarà più nello scorrere delle cose, e quello come si diceva del soggetto che si da per un ultima volta prima di subire la pena capitale. Perchè volendo parlare di Film   di Samuel Beckett con Buster Keaton nel ruolo del protagonista inizio dalla fotografia e da questa osservazione di Roland Barthes ? Forse, perchè alcune analogie sia con il testo di Barthes che con una pratica funeraria ci possono fornire alcune chiavi di lettura dell’unica opera cinematografica di Beckett. Intanto  vediamo di cosa si parla e la storia del film.

 "...Un occhio che si apre e guarda in macchina. Un uomo di spalle, con sciarpa e cappello, cammina lungo una strada; incrocia due anziani, che hanno un gesto di orrore. Entra in un palazzo e nell'androne vede una donna con dei fiori: anche lei ha lo sguardo terrorizzato. L'uomo giunge davanti a una porta, entra in una piccola stanza. Oscura la finestra e anche uno specchio, copre una boccia di vetro con dentro un pesce rosso e ripete lo stesso gesto con la gabbia di un pappagallo. Cacciati anche un cane e un gatto, si siede finalmente su una sedia a dondolo, davanti al muro. Strappa a una a una sette fotografie. Alla fine viene ripreso in primo piano: ha gli occhi chiusi, poi li apre guardando in macchina e l'orrore gli riempie lo sguardo. Si porta le mani al volto..." Stefano Boni da L'Indice

Diverso invece il riassunto che se ne fa  in  www.samuelbeckett.it dando anche qualche spiegazione sulla genesi dell’opera

"La sceneggiatura fu scritta in brevissimo tempo nella primavera del 1963. Fin dalle prime stesure appare l'idea filosofica che Beckett sceglie come guida per la narrazione: esse est percipi  ("essere è essere percepiti"), uno dei principi dell'empirismo di George Berkeley. Beckett avverte fin dalle prime note di stesura che tale riferimento non deve essere la morale dell'opera bensì una semplice trovata drammaturgica. La trama infatti è costituita dai tentativi vani del protagonista di sfuggire al personaggio che sta tentando di osservarlo, di percepirlo. Il film - della durata totale di circa 22 minuti e composto da tre sequenze prive di dialoghi - si apre mostrando Og (tale è la sigla che identifica il protagonista, il "percepito") che tenta di sottrarsi allo sguardo di Oc (l'altro personaggio, il "percipiente") camminando velocemente lungo una strada dritta, senza traverse, in un mattino d'estate. La seconda sequenza si svolge nel pianerottolo del palazzo in cui abita Og. La scena finale, la più lunga delle tre, ha luogo nella stanza di Og. Qui Og tenta di rimuovere dalla stanza qualunque oggetto (come lo specchio ad esempio) o qualunque forma di vita (il gatto e il cane che riuscirà a cacciare via con estrema difficoltà dando vita all'unica gag del film) che in qualche modo possa percepirlo. Ma alla fine scoprirà con terrore che Oc è riuscito ad entrare nella stanza e che lo sta osservando. Il colpo di scena (se così lo vogliamo chiamare) è dato dal fatto che Oc è Og. Percepito e percipiente sono dunque la stessa persona." 

Nelle precedenti sinossi  si parla di una azione compiuta da Og, quella di coprire lo specchio. Non è una semplice azione individuale quella che lo strano personaggio compie nella solitudine della sua stanza. Quella di coprire gli specchi è una azione collettiva , almeno in quelle zone o riti dove c’è l’usanza funeraria di coprire gli specchi con un panno quando c’è un defunto. E proprio questa pratica funeraria, in uso in diverse zone del sud Italia e della Sardegna o nella tradizione ebraica, ci può suggerire alcune interpretazione per Film. In genere si dice che gli specchi, alla presenza di un morto, venissero coperti affinché l’anima non rimanesse prigioniera nell’immagine riflessa e il defunto potesse morire in pace andandosene tranquillo. Nella tradizione ebraica , a parte alcune volte che mi è capitato personalmente di vederla in atto, viene citata come usanza ebraico piemontese da Elena Lowenthal nel suo libro "Conta le stelle se puoi" e  da M. Luisa Moscati Benigni in uno scritto sulle usanze della Comunità di Pesaro. Ce ne saranno sicuramente molte sia di  ebraiche che di non ebraiche ma intanto spero che queste  siano sufficenti per testimoniare di questa usanza.

Da cosa fugge e perché fugge Og? E quale rito vuole andare a compiere nel ritirarsi in una stanza dove non vuole ne vedere ne essere visto da nessuno ne umano ne animale ne da alcuna forma che neanche lontanamente deve ricordare un paio di occhi. Beckett ci ha abituato a partire dal suo “L’ultimo nastro di Krapp” a come la tecnologia sia fonte e supporto di memoria. Attraverso un registratore e la voce nell’ultimo nastro di Krapp  attraverso la foto e il corpo in Film. Possiamo così immaginare che Og si voglia ritirare nella stanza per vedere le sue foto, per rivedere il passato, la storia che lo ripresenta a  se stesso attraverso gli scatti della camera. Ma Og non è però un uomo normale. Og si comporta come un uomo normale ma sa di essere un morto, di essere già uno spettro. Non a caso ai pochi passanti che lo osservano appare come una figura terrificante, e  lo guardano come fosse già un cadavere o un fantasma.

Ma di cosa è morto il personaggio Og. Il personaggio è morto di Film. Il film è la sua stessa morte.

Il personaggio che si sente un morto e appare come un fantasma è ormai inserito nelle cose in movimento del flusso cinematografico. Beckett in più romanzi sottolinea questo suo non amore per le cose in movimento, al massimo sopporta e gode dell’oscillare di una sedia. Il cinema invece restituisce così sebbene in forma fittizia  lo scorrere della vita e a questo punto le fotografie cessano di essere qualcosa che riportano la vita alla memoria. Il ricordo di cui le foto sono testimoni è un ricordo assoluto ma incompleto. Assoluto perché come dice Barthes non rimandano ad altro che a se stesse incompleto perché per quanto la si guardi la foto sarà sempre statica ferma come la morte a cui manca il tempo e il movimento che . Alla foto manca quindi il tempo, che costituisce invece la dimensione l’essenza e l’espressione nel cinema, dati appunto attraverso il suo muoversi. E infatti noi vediamo dopo l’immagine di un occhio che si apre il personaggio essere ripreso mentre corre. E verso cosa corre Og? Corre verso la fine del suo passato.  Quello che Og  va a celebrare nella stanza che diviene quasi una camera ardente è la sua morte in quanto soggetto fotografato, strappando le proprie foto seppellisce passato, la memoria e insieme anche se stesso. E per non rimanere neanche imprigionato nello specchio dei suoi occhi se li copre e si offre alla camera da presa come corpo morto ovvero ad occhi chiusi. Cosa che il personaggio farà, quello di chiudere gli occhi  al morto ma lo farà da solo come fosse un ultimo gesto di riguardo e di pietà per chi non fa più parte di questo mondo del movimento e dello sguardo. 

Vittorio Pavoncello