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  CLAUDIA   ERAO  
CON UNA DOMANDA IN TASCA

Quanto vale la parola di una donna?

 

Quando ci si accosta alla questione della violazione del corpo delle donne, si cade spesso in un problema spinoso. Amaro e tragico contemporaneamente. Lo stupro è un reato che sta indubbiamente mettendo il coltello nella ferita dei nostri credi, di fatto lo stupro ci lascia nel dilemma, al bivio tra verità e bugia. Insomma, nei dintorni di un rifiuto etico, condiviso, da analizzare con calma.

 Una donna stuprata o una ragazza stuprata sono ugualmente vittime, si tratta di persone che hanno, forse, consapevolezze diverse di quanto è accaduto loro, mentre questo accadeva, ma sono entrambe delle coscienze colpite da un’offesa profonda. Il trauma dell’evento X che ha ricadute sociali, psicologiche e morali non misurabili. Dove, risposte differenti possono provocare danni pervasivi alla personalità.

Lo stupro cambia la vittima, con questo atto ci si appropria della sessualità della donna, fino a renderla un oggetto passivo, teso a sbrigare la carica sessuale del maschio o dei maschi. Finisce così che la vittima sia prosciugata da un consenso che non c’è. E nella brutalità prende corso una dinamica sessuale violenta e animale, in cui la donna esce disorientata, in conflitto con una colpa che le appesantisce l’anima di un quid inesprimibile. Una macchia grava nelle donne stuprate è il senso di colpa, la rassegnazione, l’offesa, la rabbia.

 Ora, lo stupro a una prostituta, a un medico, a un ingegnere, a un’impiegata, a una moglie, non è meno abbietto dello stupro verso un’adolescente o una bambina. Certamente un soggetto indifeso è più vulnerabile per la sua giovane età, ma un’anima divelta dalla violenza si somiglia sempre, si chiude nello stesso silenzio, prova la stessa vergogna, versa lacrime simili. Perché allora il centro delle nostre riflessioni resta ancora il maschio? Lo stupratore? Il gruppo degli stupratori? Perché per la seconda volta si commette una violazione, anche solo intellettuale, delle vittime?

 Non ci dovrebbero essere vittime divise per caste, un rifiuto resta un rifiuto, sia che lo pronunci una prostituta, un medico, un ingegnere, un’impiegata, una moglie, un’adolescente, una bambina. La fermezza di un no è ugualmente no. Anche se quelle donne si fossero sovraesposte, in una relazione con l’individuo sbagliato o con il gruppo sbagliato, questo non conta nulla. La sovraesposizione potrebbe essere la risposta a un saluto, un giro notturno per una strada secondaria, l’appuntamento con l’amico che ha preparato un tranello, il litigio con il proprio marito, l’attenzione di un estraneo sui social network e altro ancora, ma questo rientra nei rischi generali che ciascun individuo si prende nell’essere se stesso, nel nostro tempo. E il nostro è per fortuna un tempo che non delimita la donna nella sua libera e consapevole espressione di sé. Ciascuna ha un proprio gusto nel portamento, nei vestiti che indossa, nei modi, ma soprattutto nei pensieri che abitano la sua specifica bellezza. Nessuna donna ricerca a braccia aperte un trauma capace di dilaniarla.

 E tutto sommato, nel sentire le discussioni mediatiche sul tema si rischia di uscire disorientati. Era il 10 maggio 2017, quando Debora Serracchiani, come presidente del Pd in Friuli Venezia Giulia ha dichiarato: “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza”. Nello specifico alludeva alla circostanza dello stupro di una minorenne a Trieste, per opera di un uomo iracheno, richiedente asilo in Italia. E ancora, era il 3 luglio 2017, quando con la sua dichiarazione il sindaco di Pimonte, in provincia di Napoli, ha definito “una bambinata” l’insistere della violenza di un branco di 12 maschi, guidato dal fidanzatino della ragazza, a danno di una minorenne. La vittima ha avuto il coraggio di denunciare. Tutto per vedere di lì a poco tornare in libertà i propri carnefici affidati, tranne il più piccolo di 14 anni, a una comunità di recupero.

 Sebbene i casi siano diversi la situazione retorica ci pone due vittime che meritano la giusta attenzione e la corretta dignità. Un uomo che abusa di una bambina, anche se straniero, sa, perché viene istruito in merito, nei centri d’accoglienza, che quello è un reato, nel nostro paese. Idem, dei ragazzini che abusano in branco, con una cattiveria ricorsiva e ripetuta per dodici individui, più volte e più volte ancora, sono in grado di riconoscere che il loro comportamento non è accettabile. Oltrepassa ogni senso del gioco. Allora la questione è mal posta se noi puntiamo il dito sul reato dell’uomo iracheno e tendiamo la mano al branco, strizzando l’occhio a un eccesso di virilità bambina.

 A che punto della storia, qualcuno si farà carico del trauma di queste due minorenni: una violata da un estraneo, l’altra soggiogata dal fidanzatino e dal branco? Queste erano ragazze e la loro storia è più raccapricciante, ma potevano essere donne, mogli, medici, ingeneri, prostitute, ecc. Comunque sia, è stata rubata loro l’anima femminile, da chi le ha forzate a un rapporto intimo, sbrigato nella barbarie e punibile penalmente. E dovremmo chiederci se, prima di prendere le parti per le storie singole degli stupratori, la giustizia abbia assicurato la sanzione e la certezza della pena a questi maschi, che sapevano, anche nel caso dei ragazzini, che stavano brutalizzando una bambina.

 Questi maschi hanno la loro storia, hanno dei giustificativi, il disagio sociale del migrante, le frustrazioni del migrante, oppure, nell’altro caso, la noia del branco. Oso pensare che siamo in uno stato che a volte è stato incline al paradosso giudiziario, dove la difesa scardinava anche la prova più schiacciante dell’imputato, a patto di trovare abilmente l’anello che non tiene, si finiva per creare un pensiero relativo. E quindi il reato, archiviato, indebolito, sottratto alla certezza della pena, trascinava la vittima in una logica di ribaltamenti processuali. La spirale relativista e il pensiero: “sta mentendo, era consenziente, se l’è cercata…

 Non traccerei un confine tra italiani e stranieri, il nostro è un paese che affronta eroicamente il problema dei migranti, ma non lo risolve del tutto. Un richiedente asilo, riconosciuto lo status di rifugiato, è in un limbo, dall’oggi al domani deve trovare un canale di ambientamento, una compensazione alle proprie distanze culturali, una stabilizzazione. Con un abracadabra deve avere una casa, un lavoro, un suo posto nel mondo. Consideriamo anche che un italiano, seppur inserito nel tessuto sociale possa avere altri problemi, altre cicatrici. Un maschio che commette una violenza, mostra un disagio nella sua relazione con le donne, ma questo deve interessare di meno del disagio che prova la vittima. In un sottobosco di maschilismo dobbiamo decentrare l’attenzione sullo stupratore, perché lo stupratore non vada giustificato. Se lo si fa, vince il relativismo e la donna è sconfitta, non perché è stata stuprata da un migrante, ma perché la sua femminilità ferita non vale abbastanza. E la sua dignità non vale abbastanza. Non si prova a capire il peso che porta dentro. La simpatia goliardica cade ancora psicologicamente verso l’universo delle pulsioni maschili.

Ricordo quel tempo non troppo lontano in cui quando una donna diceva “no” era inteso che volesse dire un “si”.

 

 

 

 

 

 

CON UNA DOMANDA IN TASCA

Il femminicidio? Una colpa metafisica?

 

Il filosofo Karl Jasper analizza una questione sensibile quando si pone nell’ottica di dividere il concetto di colpa in tre sotto-sezioni più analitiche, che precisano le ramificazioni del caso. Lui ne parla in rapporto al nazismo, qui l’argomento altrettanto scottante si conferma il femminicidio. Per analogia, traslando il piano delle tre sotto-sezioni, si può definire, una colpa politica, quella che ha portato a tollerare le disparità di genere e, il passo breve: la spaventosa diffusione dei delitti contro le donne. Tutto ciò viene da lontano, dal retaggio maschile e dal modo in cui il maschio è educato al privilegio del comando, politicamente, socialmente, filosoficamente. D’altra parte si assiste anche alla colpa morale, quel sorriso lezioso, quel cameratismo, il gusto dubbio che porta a indugiare sul corpo delle donne, per valutare usi e abusi della loro bellezza. Quando la donna è oggetto e strumento a disposizione, che risponde o a un comando preciso o a una retribuzione precisa, nella dequalifica della persona, al pari di una merce da vendere. Per altri versi esiste la colpa metafisica, una zona dantesca dell’animo umano: il fardello dell’ignavia, per intendere l’indifferenza di aver assistito ma non aver pensato di esprimere un dissenso, né, tantomeno, un’azione contro.

 

Il grosso rischio del nostro tempo è il senso di una colpa metafisica nei riguardi del femminicidio. La cronaca non smette di essere il campo di battaglia quotidiano, dove famiglie risolvono le ostilità coniugali con una violenza alimentata da soprusi psicologici, pronta ad affinarsi, a pianificare, a coltivare l’insensibilità morale, fino all’estremo. Il baratro che ha come epilogo possibile il delitto, il silenzio, naturalmente, di nuovo, la colpa, ebbene, una colpa giuridica, criminale a tutti gli effetti. Le considerazioni da fare sono complesse, si alimentano di un immaginario che spesso svilisce il ruolo della donna e crea cliché innaturali, primo fra tutti quello della donna assertiva. Nella televisione italiana le donne sono per lo più giovani, attraenti, ma soprattutto, protesi e pezzi decorativi dello spettacolo. Lo dimostrano inquadrature che seguono lo sguardo dell’uomo, esitano sull’anatomia e sorridono ai piccoli ammiccamenti maliziosi in cui il copione di scena, tra la parte maschile e quella femminile, simula una seduzione ben nota. L’equivoco di essere galante, dilata moralmente il possibile, fino a passare all’allusione più rude e goliardica delle battute maschiliste di Trump, come si sorrideva già alle barzellette piccanti di Berlusconi.

Un’autorità insignita di rappresentare un collettivo, quello dei votanti e, un paese, quello dell’esito democratico delle votazioni, diventa voce di stato burlesca, che chiacchiera sulle donne come se fosse davanti a una cena di commilitoni e non all’amplificatore mondiale dei media. Va da sé che i mass media, nel rispecchiarsi in questa dilatazione morale, giochino la carta satirica con titoli, vignette, slogan che passano alla collettività troppi divertissement maschili, giustificati come la condizione di una parità che non risparmia le donne. La ragione è tutt’altra, perché la donna viene derisa attraverso il suo corpo e le allusioni al corpo diventano “epitaffio” di quella donna. “La patata bollente” prima pagina di Libero, riferito a Virginia Raggi o “Ciao, ciao culona” riferito ad Angela Merkel prima pagina del Giornale, sono tristi esempi di come un’etichetta trasformi in una soluzione sbrigativa tutta l’interiorità della donna in questione.

 

La donna non è nemmeno, secondo un altro eccellente cliché, la regina della casa, idea che domina incontrastata nella pubblicità, come nelle fiabe da Cenerentola a Biancaneve, passando per la Bella addormentata nel bosco. In questi esempi la donna si risolve nella casalinga perfetta che sublima il senso della propria vita, facendo risplendere gli ambienti di un pulito asettico e brillante. È la donna che si realizza per il pronto intervento del Principe che viene da un mondo libero, di avventure, di possibilità, di competizione. Una donna che attende di indossare la scarpa di cristallo, quella che aspetta il bacio salvifico del benefattore maschio. Eppure la donna ha invece delle responsabilità sociali, di cui spesso si tace, sia come madre, sia come insegnante, in un sistema educativo, in cui di preferenza, la manovalanza è femminile. Quando la donna è in prima linea si trova a lottare controcorrente, a opporsi a regole che continuano a pensare al maschile. Del resto, si declinano al maschile le parole e le conseguenze delle parole, soprattutto i vecchi stereotipi: “Chi dice donna, dice danno”; “Auguri, figli maschi”; “È l’uomo che porta a casa i soldi”; “Basta sposare un uomo ricco”, ma ce ne sono infiniti. Gli stereotipi creano, a loro volta, dei limiti, dei perimetri di azione che solo le donne più forti riescono a sfondare. Per riuscire a capire i passaggi profondi della colpa metafisica nel femminicidio, occorre addentrarsi in uno studio di mentalità, in un processo di svuotamento, di retromarcia rispetto alla politica dei diritti. In Italia, il femminismo ha raggiunto il voto per le donne nel 1945, la legge sul divorzio del 1970, il diritto di famiglia del 1975, la legge sull’aborto del 1978, la legge sul delitto d’onore del 1981.

 

Ora però, una retromarcia imprigiona la donna dentro un’equazione, un sì, la casa, la devozione al maschio e il completo possesso dell’uomo. “Doveva essere solo mia…” molti mariti, compagni, assassini delle proprie partner hanno esemplificato così la loro ossessione. Un’idea di donna che nasce da molti malintesi, il malinteso della televisione che veicola la convenzione della donna sciocca, vuota di contenuti, capace di brillare solo di una luce maschile, oppure l’idea della donna potente, o che ha giocato un ruolo nell’educazione di quell’uomo, ma che si può facilmente corrodere in un stereotipo che l’annienta: “La culona”; oppure l’idea della donna-madre che accoglie il figlio-partner a oltranza, offrendogli un amore senza condizioni.

Peccato che la storia delle donne abbia cambiato la mentalità delle donne stesse, molto più velocemente dei rassicuranti retaggi maschili, in cui l’uomo assassino vuole ricondurre a forza la propria fidanzata, la propria moglie o compagna, perfino la propria figlia, in una stretta che è il braccio di ferro personale.

Le donne contemporanee e le donne che hanno fatto la storia delle donne, hanno puntato di più sulla loro istruzione, hanno costruito in una stanza tutta per sé, un’interiorità solida, impertinente, ma utile a raggiungere traguardi equivalenti alle carriere degli uomini. Accanto a queste donne che hanno preso spazio, una ricerca, un posto d’onore, fosse nella letteratura, nella cultura, nell’arte, nella politica, ci sono, poi, le altre, le donne che sono state nei confini del loro limite d’azione, donne che hanno espresso se stesse nell’illusione del corpo, nella divinizzazione estetica del loro potenziale seduttivo. Donne che hanno giocato alla plastilina umana e si sono lasciate plasmare dall’idea che un corpo bello confermasse un’anima bella, dall’idea che la vecchiaia fosse prorogabile anche al prezzo di snaturarsi, di diventare, per un momento, il proprio fantasma.

 

La colpa metafisica di fronte al femminicidio si può isolare e combattere non cedendo agli ammiccamenti sessisti, prendendo la taglia esatta del nuovo ruolo sociale della donna, una donna che studia, lavora, accudisce i figli, ma che soprattutto ha una personalità da esprimere, una donna che quando dice no intende, precisamente, un no. Una donna che viaggia, che sa stare vicino, ma che può partire, ricercare, a suo modo, il diritto della persona alla felicità. Una donna che prima di volersi icona e blasone da sfoggiare in una parata, chiede all’uomo un confronto tra pari, un nuovo modo per ridisegnare la famiglia, dove la responsabilità diventa plurale, dove non vince la forza, ma il dialogo e la comprensione, dove si matura per il valore e per l’empatia. Insomma, un presente in cui il patriarcato sia ormai ridotto in cenere, a favore di un uomo corresponsabile, complice della donna, nella crescita umana individuale e della società.

 

 

CON UNA DOMANDA IN TASCA

 

Cos’è la frontiera?

 

Il concetto di frontiera trova ampio spazio nell’attualità, con il persistere dei flussi migratori nel nostro paese e più in generale in Europa e nel mondo. L’antropologo Marc Augé, nel suo libro “Nonluoghi”, aiuta a comprendere la questione, mostrandone l’angolazione etnologica. Seguendo Augé, si assiste a un complessivo impoverimento del senso di frontiera con la generale predisposizione a negare la frontiera, in favore di un mondo comunicante, senza vicoli, né confini tracciabili. Trascurare la frontiera però significa guardare l’orizzonte da un osservatorio piuttosto omogeneo, che rischia di appiattire il panorama con un’immagine spersonalizzata.

 Quale senso ha e perché contiene un valore intrinseco la frontiera? La frontiera rappresenta una soglia, un luogo da cui transitare nei due sensi. La frontiera non si esprime nello stabilire una barriera, né erigendo un muro facendo di un passaggio un vicolo cieco: la frontiera è un luogo attraversabile, secondo delle regole note. Nel varcare la frontiera, infatti, un individuo acconsente alle norme di quel valico nazionale, in conformità delle quali, è portato a esibire quanto richiesto: una carta d’identità, un visto, un permesso di soggiorno. Chi entra è tenuto a comunicare, conforme ai codici del paese, sia per rimanere, sia per attraversare la zona, il tempo stabilito dalla sua migrazione.

 Nel testo di Augé si parla della spersonalizzazione dei luoghi. Sono descritti, come nonluoghi, i luoghi neutri, le aree prive di una chiara identità, quei luoghi incerti, dove regna assoluta la solitudine moderna. Eppure la frontiera è ancora un luogo e continua a esserlo perché ha una forma leggibile. La frontiera conserva un valore umano nell’invitare al passaggio e non certo nell’operazione contraria che implica la costruzione di barriere o muri di confine. Frontiera, significa, semmai, sentirsi partecipi a un’identità storica, a una tradizione rituale e ctonia, a perpetuare lo statuto, un lignaggio culturale, una lingua, una letteratura, un’educazione. Significa mandare a memoria, capire l’identità di un luogo, per imparare dal luogo stesso. La frontiera persiste nelle emozioni di una personalità culturale che ha potere di rinnovarsi e di preservarsi con la cura dei monumenti, delle piazze, dei mercati, dei centri del nostro esistere e da cui per altri versi sentiamo di appartenere. Chi varca la frontiera è chiamato ad attraversare non solo un territorio nazionale, nella sua esplorazione, dovrebbe, necessariamente, entrare in empatia con il genius loci, con lo spirito del luogo, con le emozioni della comunità.

 La migrazione, il crocevia e la soglia sono connaturati alla storia dei popoli, i problemi nascono quando, per propagandare l’assenza delle frontiere, si è disposti a dimenticare, a portare un luogo, una storia, dei monumenti, a essere un porto franco e poi per effetto domino, a mio giudizio, un nonluogo. Mi viene in mente il viaggio del presidente iraniano Hassan Rhoani a Roma, in osservanza del quale lo scorso gennaio sono stati coperti i nudi dei musei Capitolini. Rhoani ha davvero avuto percezione dell’Italia? È entrato in comunicazione empatica con la complessità dell’identità culturale italiana?

 Mi sembra basilare comprendere che la frontiera abbia un senso tanto per chi la vive e la abita, tanto per chi da essa transita. Se la moderna migrazione entrerà in empatia con l’idea di frontiera, come idea di incontro con la comunità, sicuramente la migrazione saprà tessersi al valore del luogo, a quello della lingua e della mentalità. In questo senso la migrazione è ampiamente vitale, ricca di uno scambio moderno e maturo, privo di costrizioni. Diversamente, se il volume migratorio muove da intenti colonizzatori e di sradicamento, allora perdere il senso della frontiera potrebbe significare il sacrificio di un luogo, della sua storia e del suo popolo. Quel passaggio sottile da luogo portatore di senso verso un luogo destrutturato, meglio, un nonluogo appunto, un posto generico e alienate, specchio triste della solitudine contemporanea.

 

CON UNA DOMANDA IN TASCA

Siamo capaci di odiare?

Questa domanda insanguina in nostro presente. È doloroso ammettere che l’odio sia indice di una gratificazione brutale, questo sentimento sembra appagare forme di insoddisfazione, di integrazione mancata, quasi a dire che l’odio sia una conseguenza diretta di forbici sociali che si aprono crudelmente. La massa fatica a vivere negli standard che conosceva, intanto, la ricchezza si orienta verso l’élite, con le sue frange di benessere e non è difficile respirare gli umori instabili e, seri, di chi fa i conti con la precarietà. C’è una generale ambizione resa frustrante per esigenze che non si riesce più a permettersi, con l’insistere di una crisi economica senza uscita di sicurezza.

 Sembra di poter dire che siamo tutti portati a interrogarci su questa tensione sociale, questo ritorno all’odio, in una modernità, in cui, come sostiene Günther Anders, non siamo più abituati a odiare. Ricordo come nella dichiarazione di un sopravvissuto all’attentato del 13 novembre, scorso, al Bataclan, di Parigi, lui sostenesse esattamente ‘non avrete il mio odio’. Il nostro retroterra sentimentale, la cultura degli affetti, un’empatia per l’altro e l’attenzione per il mondo animale, ci portano a una visione antropocentrica che mira alla missione educativa, all’inclusione, ma la risposta dello straniero può essere molto diversa, dalle premesse che i nostri gesti si sono prefigurati. L’attentatore afgano, in Germania, era un diciassettenne tranquillo, dato in affido a una famiglia tedesca.

 Credo di nuovo, per seguire Anders, che analizza il problema dell’odio, in ‘L’odio è antiquato’, ci sia una chiave di lettura molto interessante, modificando, assieme al filosofo, il pensiero di Cartesio, in ‘Odio, dunque, esisto’. Il modo di combattere dei terroristi è estremamente arcaico, non sono soldati che sparano con una mitragliatrice, da lontano, senza contatto diretto con i corpi bersaglio che uccidono, non sono nemmeno piloti che bombardano a diverse miglia un suolo che non vedono quasi, questi militanti sono in mezzo a noi, sacrificano epicamente la loro vita, si macchiano di sangue come gli opliti greci, combattono e trasformano il loro corpo in una deflagrazione. Ebbene, loro odiano, dunque, sono. Odiano per un appetito di popolarità, odiano per avere un bonifico che riscatti le sorti della loro famiglia, per la quale, se non sono falliti, non sono nemmeno vincenti e certamente odiano anche per noi, che non siamo più capaci di odiare.

 Non possiamo accusare l’intero Islam di una colpa metafisica e indistinta, ma ci sono segni di responsabilità nei silenzi, nell’apatia e nell’indifferenza, perfino nel nostro non odiare. Siamo bersagli facili, da colpire durante un giro nella promenade, mentre siamo in un mall, nel corso di una funzione religiosa, possiamo essere uccisi nel nostro piacere di costruire, per via di un piacere avversario, quello di distruggere. Si vuole incrinare il diritto al libero pensiero, all’espressione, al viaggio come conoscenza, ad amare culture diverse per includere le somiglianze, si vuole distruggere il diritto a credere in un Dio, che non è Allah, o il diritto a credere solo nell’uomo.    

 L’allarme per le crepe, che possono aprire a catastrofi enormi, sono tragicamente nell’aria, basti guardare alla debolezza europea, impennata con la Brexit, alle purghe di Erdogan, in Turchia, che sembrano studiate a tavolino per creare, in seno all’Europa, una polveriera islamica irredentista. Se pensiamo poi, alla fiducia in Trump negli Usa e a Hillary Clinton molto sicura di vincere, ma poco rappresentativa, rispetto alle tensioni razziali del suo paese, niente fa stare tranquilli. Si sente la debolezza del nostro antropocentrismo, a discapito della teocrazia islamica, che fissa Dio e politica, in un sodalizio di rigida autorità.

 Cito ancora l’incipit di Anders:

_ Lei non odia niente?

_ Certo_ rispose Zenone. _ Qualcosa sì.

_ E cosa?

_ L’odiare.

_ E niente altro?

_ Certo. Qualcos’altro.

_ E cosa?

_ L’essere, comunque, costretto a odiare.

CON UNA DOMANDA IN TASCA

claudia_erao

 

scrivete a claudia erao

claudia.maga@alice.it

 

Claudia Erao è il nome letterario di Claudia Maga. Nata a Broni, a Pavia, Italia, nel 1977, ha seguito una formazione eclettica. L'istruzione superiore è presso il liceo artistico G. M. Colombini Piacenza, dove, l’ultimo anno, durante uno studio della figura femminile approfondisce il dipinto Ritratto di signora di Gustav Klimt.

È il 1996, quando si dimostra che il quadro di Gustav Klimt, della Galleria Ricci Oddi di Piacenza, è la modifica di una versione precedente dello stesso autore. La scoperta artistica del Klimtritrovato assume un valore nazionale e internazionale. Segna l’inizio della passione per la storia dell’arte.

 

Verso i 19 anni inizia a leggere Yourcenar. Studia scultura del marmo in uno studio a Pietrasanta, Lucca, e conosce lo scultore giapponese Ztuche Takeschi.

Claudia Erao, dopo gli studi liceali, studia presso l'Università di Pavia, nel 2005 si laurea in Lettere Moderne con indirizzo artistico, consegue la lode. 

 

Viaggia, in Grecia, Libia, in Inghilterra. In seguito a due corsi di specializzazione per l'insegnamento 2007-2009, insegna nelle scuole medie della provincia di Pavia, attualmente è insegnante a Broni. Viaggia in Vietnam, comincia il libro L’acqua dei diamanti

 

Nel 2011, intraprende un lungo viaggio negli Stati Uniti, si reca a visitare la casa di Yourcenar a Petite Plaisance, nel Maine,nell’isola di Mount Desert, dove conosce la direttrice Joan Howard. Diventa membro speciale del Centro Internazionale Antinoo- Yourcenar di Roma, stringe amicizia con fondatrice del Centro: Laura Monachesi. 

Nel 2014, pubblica il suo primo libro, L’acqua dei diamanti, con l’editore Fontana di Trevi di Roma. Il libro di formazione è un omaggio narrativo a cinque maestri dell'autrice, in un lavoro narrativo di mimesi e interpretazione. Yourcenar, Buonarroti, Wiesenthal, Seneca e Merini sono i maestri scandagliati nella loro eredità. Nello stesso anno esce il dialogo immaginario con Marguerite Yourcenar tradotto in francese, edito nel n. 34 della prestigiosa rivista della Società Internazionale di Studi Youcenariani, SIEY, a cui convergono i maggiori studiosi e appassionati di Yourcenar del mondo.