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EDITORIALE  

 

    VITTORIO PAVONCELLO

 

                                                                                                                                                                                                   

 

L’ESTATE FREDDA COME UNA GUERRA

Sembrerebbe una querelle fuori tempo e con l’asserto dei Grillini fuori moda quella sulla penalizzazione dell’apologia e propaganda di fascismo e nazismo. Per fortuna qualche voce più chiara – come quella di Furio Colombo su Il fatto quotidiano di oggi -  si leva per far capire senza mezzi termini e asserire che il fascismo è un reato -al pari della mafia-  approvando la proposta di legge presentata dall’on. Fiano.

Sembrerebbe tutto semplice, in realtà non lo è. Poiché la confusione fra le opinioni genera quella crisi della democrazia alla quale noi assistiamo, oggi. E forse, dobbiamo dire che non solo la democrazia può essere giunta al suo capolinea ma lo sono anche le varie teorie che alla democrazia si sono opposte nel tempo. I greci distinguevano varie forme di governo oligarchia, tirannia, democrazia... etc. etc ma non associavano a queste forme di governo quella che era una ideologia. Il Novecento, invece, ci ha fatto assistere a delle tirannie ideologiche o ideologizzate come furono il fascismo, nazismo e comunismo pur con le varie distinzione fra i mezzi e i fini. Anche la democrazia non è stata esente da interpretazioni più politiche e ideologizzate.

Il nodo che viene così al pettine da questa disputa in una calda estate è molto più profondo. Perché mentre si può accusare impunemente la democrazia di non essere il modo migliore di forma di governo non si comprende ancora che i vari regimi del secolo breve non furono e non sono ancora, oggi, dei modelli ai quali riferirsi.  Coloro che attaccano la democrazia non pensano quasi mai che anche le forme di governo a cui si riferiscono non sono più praticabili nelle nostre società. E che meglio sarebbe ripensare o finalmente vedere qual è la situazione mondiale e pensare a nuove forme di governo senza sdoganare o riproporre ciò che il Novecento ha prodotto. Il fascismo e il nazismo non sono ideologie vincenti perché se così fosse si sarebbero imposte quando erano nuove e all’apice del loro dominio; la minestra riscaldata dei vari nostalgici o facenti finta di indifferenza, che in fondo è tutta la stessa brodaglia, sono ancora una volta perdenti e inefficaci rispetto alle grandi questioni non della politica ma del pianeta.

 E dato che noi viviamo in un sistema democratico è ben lecito che la democrazia si difenda da quelli che possono essere gli attacchi che le sono portati da altre forme di governo e quindi dai regimi, fascista, nazista o comunista, che si sono macchiati di crimini contro l’umanità. Ed è questo il punto da cui partire per configurare il nazifascismo come un reato.

La nostra democrazia imperfetta è giusto e legittimo che combatta con le armi del diritto prima di dover affrontare con le armi della violenza quanto dalla stessa democrazia può nascere. La storia insegna e la democrazia dovrebbe imparare che non è illegittimo difendersi dalle derive di regimi totalitari. La democrazia dovrebbe apprendere nel tempo a modificare senza sentirsi menomata che perseguire come reato le forme di governo che la vorrebbero e potrebbero distruggere non è una infedeltà ai propri principi ma una forma di autodifesa da quanto la potrebbe annientare.

Ed è anche inevitabile che molti stolti possano vedere nel passato le risposte da dare al futuro, senza capire invece, che sono risposte che dobbiamo dare al passato quelle che ci possono permettere di intraprendere un futuro vivibile. Non serve l’indifferenza o il qualunquismo dei Grillini e di quanti sono loro dei nuovi smarriti servi, ne è di aiuto la nostalgia dei vecchi e nuovi nazifascisti.

Proprio oggi, uno dei più grandi iceberg si è staccato dalla calotta polare, grande come la Liguria o il Lazio, problemi che potrebbero sommergere tante politiche nazionaliste – e inondare con un soffio la spiaggia di Chioggia - e che non troverebbero nessun duce o fuhrer capace di arginarli con le retoriche che ben conosciamo. Quindi, si dia a Cesare quel che è di Cesare e si consideri il nazismo e il fascismo come un reato contro l’umanità e contro i suoi problemi di salvezza e sopravvivenza.

Non è questo un modo per impedire che si abbiano opinioni ma un modo perché queste diventino sempre più numerose, lasciando che i vari comici della politica, sia professionisti sia improvvisati, guardandosi in uno specchio inizino finalmente a ridere soltanto di se stessi.

 Vittorio Pavoncello

 

LE TANTE BUCCE DELLA REPUBBLICA ITALIANA


Sicuramente come è giusto e buona prassi prima di esprimere un giudizio o prendere una posizione si dovrebbe aver visto, letto o ascoltato, purtroppo questo non mi è stato ancora possibile. Però non ritengo che sia completamente sbagliato rispondere ad una notizia. Tanto più se la comunicazione nel pubblicizzare la mostra "Museo della Follia. Da Goya a Bacon" - a cura di Sgarbi al Museo di Salò, si avvale di ciò che non avrebbe dovuto esserci, né come opera né come opera trainante la mostra. Poiché ritengo che sia estremamente indecoroso esporre un dipinto di Hitler all’interno di una mostra sulla follia. E il curatore cade su una delle tante bucce di una “repubblica delle banane” come è ormai diventata la nostra Repubblica Italiana nei confronti del nazifascismo. Un museo della follia pensato anche come museo itinerante è una operazione molto interessante, inserirci invece, un dipinto di Hitler è sbagliato e scorretto per alcuni motivi di cui il curatore avrebbe dovuto tener conto.
In un libro molto stimolante “Il Girasole” Simon Wiesenthal narra di un episodio accadutogli mentre era prigioniero in un lager. Un giovane nazista del reparto delle Einsatzgruppen, in fin di vita per l’esplosione di una granata, chiede che gli sia portato un ebreo perché vuole che un ebreo gli perdoni i delitti che ha commesso. Anche Wiesenthal è giovane ed è sorpreso dalla strana richiesta. E ricorda che pochi giorni prima, durante una marcia, ha visto un cimitero con un campo di girasoli. Wiesenthal pensa che il nazista sappia che alla sua morte sarà sepolto in quel campo di girasoli continuando a godere della luce del sole, mentre per lui, vittima del lager, ci sarà il buio di un forno crematorio.
Perché raccontare questo episodio di uno dei tanti lager voluti da Hitler?
Perché la mostra "Museo della Follia. Da Goya a Bacon" - a cura di Sgarbi, realizzata da Cesare Inzerillo, Sara Pallavicini, Giovanni Lettini, e Stefano Morelli al Museo di Salò, nell’esporre il quadro di Hitler insieme a tanti acclamati ed osannati artisti ha inserito l’artista Hitler in un campo di girasoli che è la mostra stessa.
I curatori, citando lo stesso Hitler che si riteneva un’artista[1]prima di essere un politico, gli hanno reso un omaggio che neanche il Führer aveva mai osato fare a se stesso: inserirsi in una grande mostra insieme ai nomi più grandi della pittura mondiale. Sebbene “Il Grande Dittatore” venga messo in una mostra sulla follia e identificato come folle sta però insieme a tanti altri artisti che della follia non hanno fatto un sistema politico e di sterminio razzista.
Conta veramente poco che il critico Sgarbi si esprima dicendo che da un punto di vista artistico: “è una cagata, è un quadro di un disperato, potrebbe essere stato fatto da Kafka, dice molto della sua psiche: qui non si vede la grandezza, qui si vede la miseria".
E viene allora da chiedersi, visto che è stato associato a Hitler, il giudizio di Sgarbi su Kafka è di non avere grandezza ma solo miseria?
I disegni di Kafka sono delle cagate?
Continuando però sull’opera di Hitler, per dirla ancora con le parole del critico, il critico ha sbagliato cesso! Perché non era proprio lì che andava depositato il quadro di Hitler. Perché il museo di Sgarbi non è un Museo della Merda – che fra l’altro esiste ed ha una sua dignità - ma un Museo della Follia, che accosta impunemente Goya – si, Goya, proprio quello delle fucilazioni - a Hitler.
“Le cagate” in una mostra il curatore le rifiuta, e se proprio le deve accettare, poiché non fanno parte del suo discorso estetico o gusto, le può inserire in un senso storico ma stiamo parlando sempre di artisti e non di dittatori che avevano istituito il progetto T4 volto allo sterminio di tutte le persone con disabilità e con disabilità psichica. Queste cose una mostra che mette in bella mostra un dipinto di Hitler dovrebbe dirle. E spero vivamente che lo abbia fatto. Come dovrebbe dire che anche parte degli artisti che sono presenti nella mostra “etichettati come folli” non ci sarebbe stati se il nazismo avesse allora trionfato, perché Hitler li avrebbe fatti gasare negli stessi manicomi che li avrebbero dovuti ospitare.
Permettere, quindi, che Hitler possa essere esposto come artista in una mostra di folli e artisti non ci sta bene da nessuna parte. Anche se inserito nella sezione della mostra sui dittatori folli e per il quale sarebbe stata sufficiente una foto di Hitler. Andava bene anche una delle tante foto della sua stessa propaganda ma non un quadro dell’artista mancato Adolf Hitler!
Perché Hitler non era un artista come lo stesso curatore dice, eppur lo espone! ma per di più non era neanche un folle. E’ troppo semplice e troppo comodo etichettare il nazismo e il fascismo come l’impresa di due folli. Il nazismo e il fascismo erano fatti da persone, da staff, da assemblee, da Consigli di Stato e riunioni di Partito. Non erano dei pazzi isolati, che con le loro idee hanno sedotto e trascinato le società del tempo alla guerra e ad efferati crimini come ormai è ben noto. Vedere il nazismo come l’opera di un folle è scorretto e demagogico. Un sistema che si espresse con ampio consenso all’interno del paese e con alleanze con altre paesi non può essere folle ma è politico. Un folle può commettere da solo un omicidio o una strage ma non può ordinare che altri le commettano, poiché quella non si chiama più follia ma ideologia, politica, fede e storia dell’umanità. Si, storia dell’umanità, perché per quanto atroce possa essere stato ciò che il nazismo ha attuato è stata l’opera di un uomo e di uomini. E Norimberga non è stato un tribunale psichiatrico ma un tribunale militare e di guerra che non ha emesso verdetti per incapacità di intendere e volere ma al contrario per atti coscienti e rubricati per la prima volta nella storia come crimini contro l’umanità. Ecco, sarebbe interessante che Sgarbi istituisse un Museo dei Crimini Contro l’Umanità e là esponesse il quadro di Hitler come una testimonianza dei crimini contro l’umanità. E là, in quel luogo, il critico si esprimesse dicendo che: da un punto di vista artistico il crimine contro l’umanità “è una cagata”.

Vittorio Pavoncello


[1]
Adolf Hitler che disse all'ambasciatore britannico Neville Henderson: "Io sono un artista e non un politico. Una volta che la questione polacca sarà risolta, voglio finire la mia la vita come un artista". "E sarebbe stato meglio - commenta il direttore del MuSa Giordano Bruno Guerr - anche se pure come artista Hitler non era granché". http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/03/10/news/adolf_hitler_artista_in_mostra_nel_museo_della_follia_di_salo_sgarbi_quadro_di_un_disperato_-160227253/

 

SIAMO TUTTI UGUALI DI FRONTE AL MALE

 

Forse, non è il caso di preoccuparsi più del dovuto e quello che è stato un esecrabile attentato non avrà le conseguenze dell’attentato di Sarajevo, che scatenò la prima mondiale, ma alcune inquietanti riflessioni si legano alla strage avvenuta nella moschea canadese: un gruppo armato è entrato ed ha sparato su dei mussulmani in preghiera.

È un copione già visto per tante e tantissime azioni di terrorismo, dagli attentati alle Olimpiadi di Monaco ai recentissimi attacchi nella discoteca in Turchia, passando per i molteplici attentati compiuti in terra d’Israele e in Egitto, attraversando il centro Europa da Parigi a Bruxelles. Se non ho citato qualche attentato non si attribuisca ad una mia scarsa considerazione ma è soltanto dovuto al fatto che la lista è talmente lunga che riempirebbe già tutta e da sola questo scritto alla cui fine si deve mettere l’attentato di Québec City (Canada). Ma è proprio perché si mette alla fine di una lista che l’attentato alla moschea canadese[1] con i suoi morti è anche l’inizio di altro. 

Se l’attentato fosse accaduto qualche mese fa ancora si sarebbe potuto rubricare sotto un folle gesto, sebbene politico, ma senza vere conseguenze e caratteristiche che non fossero quelle di un gesto isolato. Purtroppo con le ultime sanzioni e politiche di Trump in merito all’immigrazione e alla chiusura versi 7 paesi islamici l’attentato di Québec City si impone come una chiara risposta a chi non voglia mettersi al passo. Le conseguenze dell’attentato contro i fedeli mussulmani in preghiera sono devastanti e poco immaginabili.  Non che i terroristi dello Stato Islamico, ma direi anche di un Imperialismo Islamico, non abbiano già compiuto numerosi e tanti attacchi a sinagoghe, chiese e centri di ritrovo in ogni parte del mondo, colpendo in modo indiscriminato israeliti, cristiani e semplici cittadini di questo grande Luna Park sempre in movimento che sembra essere ai loro occhi l’Occidente, e questo attacco non li fermerà dal farne altri; la differenza è che dopo Québec City i mussulmani si sentiranno odiati e perseguitati in quanto islamici e non più e solo come terroristi. Ed in questo avranno ragione, perché sono stati colpiti non in quanto terroristi o possibili terroristi ma soltanto perché fedeli, credenti di una religione.

Noi, e dico noi, ci stiamo comportando esattamente come il terrorismo islamico vorrebbe che ci comportassimo.  Noi, e dico noi, ci stiamo comportando come l’estrema destra vorrebbe che ci comportassimo. E quando dico, noi, lo dico come lo si è detto per Charlie Hebdo - e pochissimo per i morti dell’Hyper Marchè kosher. 

Soltanto non dico che siamo tutti uniti con le vittime ma con i loro assassini.

Noi abbiamo commesso le strage di Quebec City! L’abbiamo permesso mandando al potere i vari populismi sia in Europa sia in America.

Noi abbiamo permesso tutto ciò con blande sanzioni che hanno visto “poveri arabi” e alcuni “poveri palestinesi” come vittime diseredate e private dei loro diritti e suoli nazionali.

Noi che abbiamo permesso che alcuni paesi estremamente pericolosi si riarmassero in senso nucleare, pensando che l’uomo in fondo è buono e sono solo le cattive occasioni e le cattive politiche che lo rendono malvagio.

Noi che abbiamo permesso che il Monte del Tempio fosse un luogo per i soli mussulmani e contemporaneamente non abbiamo impedito che Israele estendesse i suoi territori con insediamenti capillari.

Noi adesso ci stiamo comportando come loro: e uccidiamo il mussulmano solo perché mussulmano! Così come i mussulmani hanno ucciso israeliti e cristiani solo perché tali, o hanno ucciso solo in base ai passaporti di chi volevano giustiziare. E se prima avevamo molte ragioni ora siamo passati dalla parte di tanti torti perché abbiamo scelto di entrare in un conflitto usando le medesime modalità del conflitto, ovvero il terrorismo.

Da molto tempo si dice che stiamo combattendo una guerra anomala e ora dopo la strage di Quebec City ne abbiamo la prova. Siamo entrati a pieno titolo in questa nuova guerra che si chiama terrorismo diffuso e nato da società globalizzate. E ci siamo entrati, e come poteva essere diversamente, dalla porta del male. A poco serviranno i divieti di ingresso perché nessuno avrà più voglia di muoversi e gli affari si potranno fare solo all’interno dei blocchi di appartenenza.  Come fu per la guerra fredda sarà anche per questa guerra calda. Il mondo procederà verso due direzioni quella angloamericana e quella asiatica islamica. E non è vero che i conflitti che animano il mondo islamico non potranno sanarsi per sconfiggere un nemico comune. Sciti e sunniti potranno unirsi, poiché gli Stati Uniti lo hanno già fatto bollando tutti come islamici.

Le misure andavano prese prima, quando si poteva fare e bene, se solo non si fosse guardato troppo ai vari interessi personali e alle possibilità di mantenere ed estendere i propri territori di mercato. Ora non è data altra chance se non al male. 

Se prima potevamo temere di cadere vittime di un attentato terroristico ora ci siamo talmente dentro che li stiamo preparando noi, come risposta per evitarli. Quella lotta senza quartiere è iniziata pochi giorni fa e quella data 30 gennaio 2017 che ferma la strage di Quebec City potrà essere l’inizio di ciò che mai avremmo voluto accadesse.

vittorio pavoncello

[1] Ma cosa intendiamo ed è corretto dire: moschea canadese?