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  GIORGIO   PACIFICI  
LA PORTA DEI LEONI

Macron, sei mesi dopo

La vittoria di Emmanuel Macron nelle elezioni presidenziali francesi di aprile-maggio di quest’anno è stata come si ricorderà estremamente netta.  Al ballottaggio Macron   ottenne il 65% dei consensi contro il 35 % della candidata del Front National, Marine Le Pen.

Questa vittoria ha allontanato   un grave pericolo che incombeva sull’Unione Europea, quello di un progressivo disfacimento se avessero vinto la Le Pen e la sua politica di distacco da Bruxelles. Un pericolo che comunque non è scomparso dal nostro orizzonte, se si pensa alle diverse forze politiche euroscettiche al governo nei paesi del Patto di Visegrad.

Come venne osservato all’inizio del suo mandato presidenziale, per Macron, si prospettava un lavoro importante e difficile, trasformare la propria vittoria personale, la vittoria di un progetto e di uno slogan gradevole (En marche), in una azione politica durevole. Il primo passo è stato certamente rappresentato dalle elezioni politiche.

I 300 deputati eletti nello scorso giugno alla Assemblea Nazionale da La Republique en Marche (LRM), dovrebbero consentire al Presidente e al suo Premier Eduard Philippe di realizzare completamente nel corso della legislatura quel programma di consolidamento europeo che gli elettori francesi hanno dimostrato di apprezzare. Questi deputati rappresentano una forza indubbiamente imponente, anche se lontana da quelli che erano stati i pronostici di Le Monde e del Figaro fondati sui sondaggi della vigilia: 400-450 deputati. E’ difficile pensare che i sondaggisti dei più importanti quotidiani di Francia abbiano avuto una così totale mancanza di professionalità. E’ più probabile che dietro queste cifre vi fosse -come scriveva alcuni anni fa Cleofe Corona parlando in generale dei sondaggi d’opinione- “l’opinione del sondaggio”. La stampa francese, o almeno una sua parte, voleva in qualche modo smorzare la vittoria di Macron dando agli elettori la falsa coscienza che, anche se al secondo turno avessero votato per i candidati di altri partiti, la vittoria di LRM era comunque certa e determinata.

Probabilmente su questo atteggiamento della stampa ha giocato anche la personalità del nuovo Presidente, descritta come “un pugno di ferro al vertice dello stato”. Macron, sottolineano i media, impone alla amministrazione, a cominciare   dal suo staff un ritmo d’attività intenso e un management “anaffettivo” per quanto funzionale; esigente con se stesso lo è anche con i funzionari, a partire   dai suoi consiglieri. Un Presidente soprattutto che non ama che vi siano da parte dei suoi collaboratori indiscrezioni verso i media (“pas de bavardages”) o che vengano evidenziate pubblicamente posizioni differenti da quella espressa dal Presidente. Questo è probabilmente un dato dei più importanti della nuova presidenza, perché le posizioni divergenti delle diverse componenti socialiste avevano formato una delle caratteristiche (negative) della presidenza Hollande. Chiunque non condivida la linea presidenziale ha soltanto la possibilità di uscire dal governo e dallo staff presidenziale. Ed è quello che è successo anche a un personaggio come François Bayrou, che pensava, data la propria posizione di leader di una forza politica autonoma, di non essere vincolato dalle linee guida di Macron ai membri del governo. 

Un programma in corso di realizzazione

In questi mesi il governo LREM di Eduard Philippe ha realizzato e sta realizzando un insieme di riforme che dovrebbero ridare ai francesi quella fiducia nella democrazia che sembravano avere perduta

La moralizzazione della vita pubblica, è uno dei temi sui quali il governo Philippe sta lavorando.  Centrale in questo ambito il rapporto tra la classe politica -in particolare gli eletti-  e il suo finanziamento. Se la democrazia ha necessariamente un costo economico, al quale non ci si può sottrarre, la trasparenza e il controllo ne costituiscono i limiti.  L’entrata in vigore dal primo gennaio del prossimo anno della legge   sull’indennità mensile per le spese relative al mandato parlamentare, (IRFM- Indennité représentative de frais de mandat) va proprio nel senso richiesto dall’opinione pubblica francese. Una parte dell’IRFM, che è attualmente di 5840 euro lordi mensili, verrà trasformata in un sistema di anticipo sulle spese, di cui gli uffici amministrativi dell’assemblea nazionale e del senato controlleranno l’utilizzo.

Anche in un altro settore, estremamente rilevante oggi, quello degli atti di harcèlement e di violenza sessuale, LREM   ha lanciato un messaggio forte.  Il Segretario di Stato alla parità, Marlène Schiappa, ha ribadito l’impegno di LREM nel lottare contro questi comportamenti e nel proteggere le vittime, e ha lanciato una grande consultazione popolare perché i cittadini possano fare delle proposte, che si tradurranno anche in atti normativi, per cambiare stabilmente mentalità e comportamenti.

Dunque ridare fiducia nella democrazia, rimettere in moto l’ascensore sociale, rifondare il progetto europeo, garantire la sicurezza dei cittadini, trasformare il modello sociale francese, liberare le energie e incoraggiare gli investimenti, rinforzare il potere d’acquisto, sono alcune delle aree nelle quali il governo Philippe, seguendo la linea di Macron, sta realizzando delle incisive riforme. 

 Ma la visione del presidente francese si è impressa anche sul partito per realizzare il più possibile una fusione tra gli eletti di diverso orientamento culturale (liberaldemocratici, cattolici, centristi, radicali, massoni, laici, socialisti, socialdemocratici). Per questo in controtendenza rispetto alla posizione antiideologica che pervade la vita politica europea LREM ha elaborato una propria Carta dei valori.   Alla Carta hanno contribuito, attraverso una consultazione aperta, oltre 6mila gruppi e singoli aderenti. E nella Carta, LREM ribadisce con estrema chiarezza i propri   valori di riferimento: “Noi ci riconosciamo come gli eredi dei valori secolari, umanisti, repubblicani e laici, tra i quali in primo luogo quello dell’emancipazione della persona.”  

Per dotarsi    di strutture valide sotto il profilo organizzativo il 18 novembre il consiglio nazionale di LRM ha eletto un delegato generale, Christophe Castaner, che sostituisce, la precedente direzione collegiale, che era formata dall’ex-deputato socialista Arnaud Leroy, dalla senatrice Bariza Khiari, e da Astrid Parosyan, già consigliera di Macron al ministero dell’economia. Il delegato generale dovrà dirigere un partito che ha oggi 380mila aderenti e gode di una buona salute finanziaria, ma ha uno scarso peso politico sul piano dei media. Secondo l’identikit che circolava all’interno di LRM prima dell’elezione di Castaner “il delegato generale deve essere “in marcia” sin dall’origine del movimento, essere legittimato dagli aderenti, essere amato, avere un proprio radicamento sul territorio, ed avere una “pelle dura” per essere capace di affrontare persone come Wauquiez, Mélenchon e Marine Le Pen”. E Castaner risponde perfettamente a questo identikit.

Insieme al delegato generale è stato eletto anche un esecutivo di LREM formato da venti “aderenti” appartenenti a diverse “categorie”, non soltanto parlamentari e amministratori locali, ma anche semplici iscritti e militanti provenienti dalla società civile e dall’associazionismo...”   Non esiste ancora una ricerca su quali siano le aree socioeconomiche e socioculturali nelle quali si collocano questi 380mila aderenti a LREM, ma dai blog, dalle mail, dalle candidature alle politiche, e da quelle per l’elezione dell’esecutivo del partito, è possibile formarsi un quadro abbastanza preciso.  L’dea della LREM si è diffusa tra i quadri alti e medio-alti della pubblica amministrazione e delle imprese (donne e uomini); tra i pensionati a medio reddito; tra i cittadini musulmani più laicizzati, che non vivono nelle banlieue; tra i giovani più legati all’universo della tecnologia; nel mondo dell’istruzione. In sintesi si potrebbe dire che LREM si sta radicando soprattutto nell’ “area del benessere” e nell’ “area dei garantiti”; mentre le forze di opposizione trovano i loro aderenti soprattutto nella “area dell’incertezza” e nella “area del malessere” economico e sociale. In particolare La France Insoumise con la costante proposta di compromessi con l’islam radicale (a cui viene rivolta da più parti la critica di islamo-gauchismo) sta attuando una notevole penetrazione nelle banlieue più povere e meno acculturate.

Conclusioni

A questi primi mesi della presidenza Macron va indubbiamente riconosciuto il merito di una intensa attività sul piano azionale, ma anche di una difesa efficace e costante dei valori europei. La costruzione europea è oggi messa in discussione non soltanto dalle forze politiche “qualunquiste”, “populiste” e sedicenti “sovraniste”, ma anche da larghi settori di opinione -che forse non sarebbero pregiudizialmente antieuropei- ma sono profondamente insoddisfatti del lavoro svolto dalle istituzioni europee. In pratica ad esse (non senza motivo) viene mossa   l’accusa di aver compiuto un lavoro essenzialmente tecnico economico, normando talvolta con estrema precisione taluni settori, trascurando completamente altri settori meno legati al mondo delle imprese, degli affari, del business e più connessi alla persona.

In questo modo il legame “affettivo” e “spirituale” dei cittadini europei con l’Europa non ha fatto che diminuire sino praticamente a scomparire. Occorre invece - come ha fatto Macron-  invertire questo processo. E’ indispensabile fare in modo che la domanda “l’Europa è un buon affare?” venga sostituita con un'altra: “l’Europa è per noi un valore condiviso?”.  L’Unione Europea deve assumersi il compito primario di contribuire alla cultura europea che ne costituisce il valore fondante. Occorre creare una diversa narrazione della storia della cultura europea con il suo intreccio tra arte, scienza, letteratura, poesia, diritto, che supera le frontiere nazionali. Una narrazione che deve prendere nell’immaginario dei giovani il posto della storia d’Europa come è stata raccontata fino ad oggi.

Questa analisi critica deve costituire al di là degli indubbi vantaggi economici, la ragione dell’essere insieme in Europa. La ragione per assumersi precise responsabilità per il futuro.

Occorre che la cultura europea e la storia della civiltà europea, con le sue luci, i suoi progetti, le sue idee, formino oggetto di studio per tutti coloro, giovani e non, che si apprestano a diventare i nuovi cittadini.    

 

LA PORTA DEI LEONI

Se permettete parliamo di nuovo di brexit

Due settimane  fa (4 novembre) la confindustria britannica (CBI, Confederation of British Industry)  ha tenuto una preoccupata assemblea dedicata alle conseguenze della brexit per le imprese del regno unito. Secondo Rod Stiles, direttore per le midlands di una importante impresa di costruzioni,  “nel settore dell’edilizia  quest’anno c’è stata una contrazione del 10% e ce ne sarà un’altra analoga l’anno prossimo” . “Che succederà -si chiedono gli imprenditori inglesi- se vengono reintrodotti i diritti doganali, se le merci rimangono più giorni nei porti, il tempo per fare le ispezioni doganali?”  Secondo uno studio recente  dell’istituto inglese per gli approvvigionamenti  (CIPS- Chartered Institutte of Procurement & Supply) molti fornitori europei sono ormai restii a impegnarsi per il lungo termine con le imprese inglesi. Il 20 % delle imprese britanniche affermano di avere difficoltà a firmare dei contratti che vadano al di là del marzo 2019; e l’8%  ritiene di avere già perduto dei contratti a causa della brexit.

In sostanza gli interventi  all’assemblea della BCI   sono stati improntati a due argomenti di fondo: “abbiamo bisogno di tempo per mettere in atto un piano di emergenza”; “ci farebbe piacere avere un bel accordo di cooperazione economica con l’Unione Europea”.

Si tratta di desideri assolutamente legittimi, ma la campagna per la brexit condotta da quella stessa ala  dei conservatori a cui appartiene Teresa May,  insieme alla maggioranza laburista di Corbyn, e  ai neofascisti di Farage; e l’accoglienza  con cui vennero salutati  i pur magri  risultati del referendum (51,9% per la brexit), non offrono nessun valido motivo per accoglierli.

 Inoltre non si può non rilevare che in tutti questi  anni in cui la Gran Bretagna ha appartenuto all’Unione europea il suo contributo alla costruzione ideale dell’Europa è stato nullo o meglio negativo; dal parlamento di Londra non è  venuta una voce che dicesse “questa non è soltanto una area economica integrata,  è una comunità di persone”.  

In compenso la Gran Bretagna ha sempre fatto con molta accortezza i conti per verificare se i contributi che versava all’Unione trovassero un adeguato corrispettivo nei finanziamenti europei  alla Gran Bretagna attraverso i differenti programmi. Nel 1979 la premier Margaret Thatcher (di cui è in corso il processo di beatificazione da parte dei conservatori …) iniziò una campagna di  elevato contenuto spirituale (“I want my money back”) per chiedere indietro una parte dei contributi versati alla Comunità. La vicenda  si concluse nel 1984, quando il governo inglese riuscì a strappare  dalla debole  Commissione europea presieduta da Gaston Thorn il rimborso di una larga parte (circa il 65%) dei contributi versati annualmente al bilancio comunitario.

 La Gran Bretagna poi  non ha mai aderito alla moneta unica e ha salutato ogni allargamento dell’Unione come un ampliamento del proprio mercato potenziale Se l’Europa non ha una costituzione, un esercito comune, un sistema fiscale integrato, una politica estera comune, non si può certo addossarne  la  responsabilità alla Gran Bretagna, ma sicuramente  la Gran Bretagna è sempre stata dalla parte di coloro che in Europa non volevano la realizzazione di  questi progetti.

In questi giorni si  discuterà a Bruxelles , per l’ennesima volta, la possibilità di creare una forza militare comune europea, (CSP- Cooperazione strutturata permanente) il fatto che questa volta la Gran Bretagna non sia chiamata a  esprimere  il proprio parere (negativo) è già di per sé secondo gli osservatori  un auspicio favorevole.

Non esiste dunque un valido motivo perché la Commissione Juncker e il Consiglio dell’Unione europea  diano   alla Gran Bretagna del tempo oltre quello previsto dai trattati, fine marzo 2019; ma non è neppure corretto concederle un accordo di associazione particolarmente favorevole; e  neppure sembra giusto offrirle quello che chiede il presidente della CBI, Paul Drechsler,  “un accordo di principio per un periodo di transizione di qualche anno, dopo marzo 2019, durante il quale non cambierebbe niente”.

Non si tratta di “punire” la Gran Bretagna o di esercitare una specie di vendetta,   ma di mantenere i negoziati per l’uscita di questo paese entro un quadro di correttezza e di rispetto dei trattati, cercando di ottenere i migliori risultati per l’Unione.

Peraltro è interessante  notare che anche  il segretario americano al commercio, Wilbur Ross, dopo aver assicurato agli imprenditori inglesi che la presidenza Trump è favorevole ad un accordo di libero scambio tra Washington e Londra, ha sottolineato che i patti devono essere rispettati  “Anche i nostri migliori amici devono rispettare le regole”. Un po’ di preoccupazione nei confronti delle Gran Bretagna dunque è legittima…

Un divorzio è sempre un divorzio e occorrerebbe che il partner che ha chiesto il divorzio se lo ricordasse bene. E anche coloro, come Tony Blair,  che al divorzio erano contrari e che oggi vorrebbero che il referendum non  fosse mai avvenuto, forse avrebbero fatto meglio ad impegnarsi maggiormente nella campagna per il “no”,  anziché  tenere in tutto il mondo  conferenze di alto livello  lautamente retribuite.

Oltretutto in seno all’Unione esistono una serie di paesi   che hanno tratto dall’adesione all’Europa benefici economici molto rilevanti e che ora magari sarebbero lieti di “sbattere la porta” sul modello inglese, salvo  avere poi dei pentimenti.

Occorre  dare a questi stati , e ai movimenti euroscettici che allignano  anche in altri paesi compreso il nostro, l’idea che la porta dell’Unione europea  non è  una porta girevole dalla quale  si esce a piacere, salvo poi rientrare con un “Ops, mi scuso, mi sono sbagliato”.

L’Europa senza Londra  ha  in questo momento storico  la possibilità di dare ai propri giovani la sensazione che l’espressione “Unione europea” non significa soltanto un ambiente più confortevole  per gli affari delle multinazionali della City o di quelle di Pechino. Europa significa soprattutto cultura, arte, formazione, ricerca scientifica, tutela ambientale,  e in questi settori  è possibile impiegare nuove energie e nuova creatività: occorre soltanto  rapidamente mettersi in cammino. 

 

 

 

 

 

 

 

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Il dissenso che unisce

 

 

La marea montante della destra in Europa ha trovato una nuova conferma nelle elezioni della Repubblica Ceca.

Può essere significativo partire dal profilo del vincitore di queste elezioni Andrej Babis, un sessantenne di origine non ceca ma slovacca, per allargare lo sguardo a tutta una classe politica centro europea, che solo per pigrizia intellettuale ci si ostina a classificare sotto la generica etichetta di populista”.

Andrej Babis, durante il passato regime cecoslovacco è stato membro del Partito comunista e collaboratore dei servizi di sicurezza, ma con la caduta del regime ha scoperto la propria vocazione socialdemocratica e si è iscritto a questo partito.

Dagli anni ’90, divenuto imprenditore nei settori agroalimentare e petrolchimico ha costruito l’Agrofert, un konzern di oltre 200 imprese. Nel 2011 ha costituito una formazione politica l’Azione dei Cittadini Scontenti, e nello stesso tempo ha comprato il principale gruppo della stampa ceca. Dal 2014 al 2017 è stato ministro delle finanze pur continuando a criticare l’inefficacia del sistema politico, Nell’ultima tornata elettorale il partito di Babis, ha ottenuto il 29,7% dei voti e 78 seggi su 200 alla Camera, divenendo così la prima forza politica del paese.

Oltretutto la Repubblica ceca è per tradizione un paese colto, con una tradizione politica democratica sin dalla fine della Grande Guerra; dunque non si può attribuire questa vittoria degli scontenti alla “massa degli analfabeti”, come si farebbe con la consueta supponenza occidentale per un piccolo paese balcanico. Per quanto riguarda poi la sostanza di questa scontentezza non si può non ricordare che il tasso di disoccupazione è di circa il 3%, il più basso di tutta l’Unione!

In Austria le elezioni sono state vinte (15 ottobre 2017) da Sebastian Kurz leader del Partito popolare Austriaco che ha nel suo breve passato un rapidissimo cursus honorum. Nell’ultimo governo, di coalizione tra democristiani e socialdemocratici, era ministro degli Esteri. Era stato nominato a questa carica a 27 anni, eletto deputato a 25, e sottosegretario all’interno con delega all’integrazione a 24, quando ancora non era neppure membro del parlamento.

Avendo cominciato ad occuparsi professionalmente di politica dopo il diploma di maturità, cioè ad un’età in cui i giovani sono normalmente impegnati negli studi, Kurz non ha un titolo universitario. Ciò però non sembra aver costituito un handicap alla sua carriera persino in un paese proverbialmente interessato ai titoli. La sua decisione di rompere l’alleanza con i socialdemocratici e di provocare le elezioni avrebbe potuto essere la sua fine politica e la fine del Partito popolare, ma non è stato così e Kurz è in pectore il più giovane capo del governo del mondo.

Per formare il nuovo governo Kurz ha in corso delle trattative con il capo del Partito della libertà, Heinz-Christian Strache, con il quale peraltro si era verificata una larga convergenza di programmi già in fase elettorale.

Strache, di estrazione professionale un odontotecnico, fu per molto tempo la personalità più vicina a Jorg Haider; poi delle rivalità personali li divisero sul piano operativo, ma Strache rimase rigorosamente sulle posizioni di estrema destra del suo mentore.

Nella Repubblica federale Tedesca, Alice Elisabeth Weidel, non ha vinto le ultime elezioni, ma ha ottenuto il migliore risultato che un partito di estrema destra, (Alternativa per la Germania, Alternative fur Deutschland, AfD) abbia mai avuto nel paese dalla fine della Seconda guerra mondiale, (92 deputati su 709 al Bundestag). Alice Weidel, molto più del leader socialdemocratico è ormai considerata la sfidante ufficiale di Angela Merkel.

Il suo curriculum di studi comprende una laurea in economia all’Università di Bayreuth e un dottorato di ricerca in relazioni internazionali (International development) presso la stessa università. Ha lavorato alcuni anni in Cina per la Bank of China e conosce il mandarino, ciò che rappresenta una rarità nel panorama politico europeo.

Con un curriculum professionale di questo tipo avrebbe potuto facilmente inserirsi nel mondo finanziario internazionale, (FMI, Banca Mondiale, BCE) ma ha evidentemente preferito una posizione di minore visibilità, e dunque meno contestabile a livello politico, prima in un’azienda produttrice di mangimi animali, e poi come consulente indipendente.

Ma Weidel ha degli aspetti umani e personali che contrastano fortemente con il profilo di una leader di estrema destra. Il suo orientamento sessuale di lesbica realizzata, sposata con un’altra donna e con dei bambini, per di più originaria dello Sri Lanka, è in totale opposizione alla linea di un partito orientato sulla famiglia “tradizionale” e che vede comunque con preoccupazione i nuclei familiari “misti”.

Recentemente, esprimendo una posizione personale, ma ormai condivisa anche da esponenti democratici, Weidel ha mosso un attacco frontale al “politicamente corretto” televisivo, ma la risposta di un programma satirico televisivo tedesco non si è fatta attendere, e con “sottile eleganza” Alice è stata trattata da “nazi slut” (“puttana nazista”).

A prima vista è difficile riuscire a vedere qualcosa in comune tra un revenant del partito comunista come Babis, un enfant prodige della politica come Kurz, e un personalità singolare per caratteristiche e esperienze personali come Alice Weidel. Anche gli approcci allo politica sono completamente differenti. Se il primo ha fondato con un’operazione che si potrebbe definire “berlusconiana” un proprio movimento politico; il secondo ha trasformato dall’interno la forza più tradizionalista dell’arco politico austriaco, spostandone a destra il baricentro; mentre la Weidel si è appropriata di una forza politica esistente, ma obiettivamente un po’ marginale, facendo in modo che ne uscisse colei che ne era fino ad allora la leader riconosciuta (la “telegenica Frauke Petry” come veniva chiamata dai media), per impedire una virata verso una linea più morbida.

In realtà si tratta di personalità politiche che rispondono a questa fase “liquida” della società e della storia, in grado di ricompattare la destra delle diverse aree sociali sui teoremi facili del dissenso che unisce: oggi, no all’immigrazione “illegale”, ma in sostanza no all’immigrazione tout court; critica a Bruxelles (“più libertà, meno Bruxelles”), no all’euro, fermezza sulle regole di bilancio, più “dignità” per gli stati sovrani; domani chissà. Personalità che condividono una sovrana indifferenza verso l’anima e le forme della democrazia, e questa indifferenza spesso sconfina nel disprezzo.

In epoca nazista avrebbero potuto essere dei caporioni dell’antisemitismo, ma oggi possono persino permettersi di fare, come fa Kurz, discorsi pubblici “anti-antisemiti”, lasciando gli ultimi rigurgiti negazionisti a persone come Strache...un nome che ha una terribile assonanza con il passato (quello dell’orrendo julius streicher).

In questa fase in cui le ideologie tradizionali non hanno più nessun richiamo avendo ceduto il posto a qualsiasi microanalisi che si affermi fondata sui dati, il richiamo di “forze nuove” che propongono “alternative” semplici è fortissimo. Se i gruppi sociali sono diventati fluidi, e non solo nell’Europa centrale, e tutti vorrebbero essere altro e altrove, questi leader che propongono un altrove facilmente traguardabile hanno una presa fortissima sugli elettori. Le loro sono personalità adattive, con una grande intuizione delle emozioni collettive, una assoluta indifferenza alle contraddizioni interne, e una rapidità di mutamento di rotta, che i leader populisti del passato (per esempio l’italiano Giannini o il francese Poujade) non hanno mai posseduto.

Babis, Kurz, Weidel, indicano questo “Altrove” in modo diverso, ma tutti in un’unica direzione, la cui pericolosità ha un moltiplicatore: l’esistenza di Jaroslaw Kaczynski con il suo Partito della Legge e della Giustizia (Polonia) e di Viktor Mihaly Orbàn, con il suo Partito Civico Ungherese. Si sta andando dunque verso un’Europa centrale piena di pregiudizi, di fobie, di razzismo, di odio, che in prospettiva potrebbe avere la leadership della politica europea?

E’ stato detto che la Storia, quando propone una replica di ciò che già è stato, la propone in chiave di farsa. E’ un’idea in qualche modo rassicurante, ma non adeguata al nostro tempo: anche delle personalità mediocri potrebbero riproporre all’Europa il passato in forma di tragedia.

LA PORTA DEI LEONI

Una politica estera difficile

 Una politica estera tutta in salita è quella che si prospetta per il neopresidente americano Trump. Se si prescinde dal ristabilimento delle relazioni  con Cuba, i successi della politica estera  americana sotto la presidenza Obama  sono stati veramente pochi. Anche nell’area del Pacifico, che era  quella ritenuta più interessante dalla passata amministrazione, non ci sono stati fatti eclatanti,  gli stessi incontri del presidente con il premier del Giappone, a Hiroshima e a Pearl Harbour,  hanno mostrato più gelo che calore.  Incontrarsi con un premier conservatore e nazionalista come Shinzo Abe era praticamente inutile  se non si era decisi a porgere delle  scuse formali  al Giappone  per i massacri di Hiroshima e Nagasaki: non è successo nulla di tutto ciò, e i due incontri hanno rappresentato soltanto due occasioni mancate. Non c’era bisogno di due incontri al massimo livello per dirsi soltanto “Mi spiace per quello che è successo tanti anni fa”.

Ma negli altri scacchieri i problemi per gli Stati Uniti  sono ben più rilevanti. L’America è stata praticamente espulsa (o si è auto espulsa) da tutto il Medio Oriente e dall’Africa. L’Africa è stata globalmente abbandonata alle amorevoli cure della  Cina, che compra interamente i raccolti agricoli  di alcuni paesi, Anche di  paesi ai quali noi europei  poi forniamo aiuti alimentari. Nel frattempo la  grande portaerei cinese Liaoning, e alcuni incrociatori stazionano davanti alle coste siriane.  

Il livello dei rapporti degli Stati Uniti con la Russia non è mai stato così basso, almeno dai tempi della guerra fredda. E su questa politica aggressiva,  certificata dalla recente espulsione dei 35 diplomatici russi,  l’America ha portato anche i suoi alleati europei, anche quelli più malcontenti e insofferenti. L’eredità che lascia Obama è dunque veramente molto pesante, 

Ma cominciamo dalla Siria; gli Stati Uniti avrebbero potuto decidere di non appoggiare le fazioni anti-Assad e nessun paese  gliene  avrebbe fatto una colpa, avrebbero potuto fingere di non vedere il massacro di una popolazione  che veniva sterminata dallo stesso  esercito del proprio paese e nessuno avrebbe detto niente, perché i dati fondamentali della politica internazionale sono il cinismo,  l’ipocrisia, e il silenzio.  Ma una volta appoggiate alcune fazioni anti-Assad gli Usa avrebbero dovuto sostenerle adeguatamente, sia sotto il profilo logistico che sotto quello  politico e finanziario. Certamente- come si osserva da parte della maggior parte dei commentatori- l’opinione pubblica americana non avrebbe gradito l’invio di truppe sul terreno, ma il sostegno alle fazioni “democratiche” avrebbe almeno dovuto concretizzarsi in una loro adeguata preparazione militare.   Anche i gruppi da appoggiare avrebbero dovuto essere scelti con un diverso criterio selettivo, escludendo tutti quelli che fossero in qualche modo legati all’islamismo sunnita radicale o almeno quelli organicamente legati allo Stato Islamico, come Jabaht al-Nusra, il Fronte siriano islamico, e il Fronte siriano islamico di liberazione. Rimane da chiedersi se  e perché gli esperti del presidente Obama non disponessero di quei dati e di quelle informazioni che erano praticamente di dominio pubblico.

 Infine il Presidente Obama avrebbe potuto benissimo non indicare nessuna “linea che Assad non doveva  oltrepassare”, ma una volta che questa linea era stata individuata  e valicata  avrebbe dovuto mettere in atto qualche sanzione: tutti i grandi  del pensiero politico, sconsigliano il Principe dal fare minacce, ma una volta che malauguratamente le ha fatte queste minacce devono inverarsi in qualche azione.

A questo punto la Russia, approfittando della inattività di Obama  ha deciso di forzare la situazione creando le premesse  per una soluzione pro Assad del conflitto siriano. La distruzione dello Stato Islamico ha costituito  il pretesto per una serie di bombardamenti che hanno praticamente distrutto i ribelli anti-Assad.

Questi bombardamenti e l’invio di truppe di terra hanno  consentito alla Russia di diventare il dominus dell’intera situazione siriana, realizzando una specie di “patto a tre” informale con Turchia e Iran. In Siria truppe iraniane combattono accanto a quelle di Assad, alle milizie sciite libanesi e a reparti dei  corpi speciali russi.     Obama dopo aver firmato il trattato con l’Iran -vantaggiosissimo per l’Iran perché di fatto mette fine al boicottaggio e gli consente di arrivare in breve tempo a possedere armi nucleari- non è riuscito a ricondurre l’Iran nell’orbita occidentale anzi.

Tra l’altro il trattato, voluto da Obama contro il parere di vasti settori della Camera dei rappresentanti e del Senato degli Stati Uniti, ha avuto l’effetto di rafforzare la classe dirigente iraniana che sembrava ormai  vicina al crollo e  ha vanificato  le speranze di una prossima democratizzazione del paese. Dunque un duro colpo a quella idea di diffondere la democrazia nel mondo che  costituiva la giustificazione morale della pax americana. Ma anche un colpo durissimo ai fedeli e assai poco democratici alleati sauditi che hanno visto  fortemente ridimensionato il proprio ruolo di potenza regionale.

Anche la Turchia , che era un tradizionale alleato degli Usa nella Nato ha assunto una posizione fortemente antiamericana. Le motivazioni  di questo cambiamento di fronte la Turchia le ha riassunte  così: asilo concesso  dagli Usa al dissidente turco Gulen; appoggio al fallito golpe anti-Erdogan (motivazione assai probabilmente pretestuosa); ruolo dato  ai Kurdi del territorio autonomo Kurdo irakeno nella lotta anti-Isis;  ma soprattutto firma del trattato con l’Iran che rende di nuovo questo paese un protagonista  nel Medio Oriente. Così la Turchia  ha accantonato i problemi con la Russia e,  anche senza la firma di trattati, ha modificato la propria posizione internazionale. Nel frattempo ha approfittato della situazione siriana per bombardare i Kurdi di Siria, sostenendo che erano  una emanazione del PKK  (il partito indipendentista kurdo della Turchia), e attuando una feroce repressione anti-kurda nel paese.

 In sostanza tutta la sponda orientale del Mediterraneo è ormai sotto il controllo russo eccetto Israele, ma Obama è riuscito a compiere il miracolo di perdere anche questo alleato, dando la dimostrazione pubblica di quanto fossero realistiche  le analisi che indicavano  un atteggiamento  pregiudizialmente ostile dell’ex presidente americano verso questo paese. Così anche Israele ha allentato i rapporti con gli Stati Uniti mentre contemporaneamente -anche sotto la spinta della imponente comunità di origine russa-  ha migliorato i rapporti con Mosca.

Nei confronti dell’Egitto la politica di Obama è stata  priva di una qualsiasi rotta: con il  proprio discorso alla Università dei Cairo , (4 giugno 2009)  premiato nientemeno che con un premio Nobel, Obama aveva dato   avvio alla cosiddetta “primavera araba”;

“Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo”.

Gli esiti di questa nuova stagione furono sostanzialmente disastrosi. Il regime autoritario  di Mubarrak venne rovesciato e fu sostituito con quello assai poco primaverile dei Fratelli Musulmani.

Ma lo stesso regime dei Fratelli Musulmani, uscito da  elezioni soltanto formalmente democratiche,  naufragò nel mare delle proteste popolari e della sanguinosa  repressione che ne seguì e venne rov4sciato dai militari. Successivamente  a Obama sarebbe stato sufficiente fornire un modesto appoggio diplomatico  al presidente egiziano  Al Sisi per riguadagnare il terreno perduto in Egitto e riconquistare un alleato prezioso all’Occidente,  ma al contrario ne ha costantemente minato l’autorità.

Contestando all’Egitto il ruolo di  protettore della Libia, gli Stati Uniti hanno   impedito  al generale Haftar -che era il candidato favorito di Al Sisi-, di diventare il presidente dello stato libico e hanno invece  appoggiato il “governo” di Tripoli di Serraji, che non esercita nessuna autorità al di fuori della Tripolitania. In questo modo non si è realizzata una reale pacificazione del paese,  i gruppi islamisti conservano tutto il loro potere locale come ha dimostrato anche il recente tentativo di golpe anti-Serraji; mentre le  milizie dello Stato islamico hanno continuato a mantenere alcuni caposaldi anche dopo la perdita (?) di Sirte. E anche questo si può considerare come una conseguenza per quanto indiretta   del discorso sulla primavera araba. Anche in Libia come in Egitto,  la Russia ha in progetto di  stabilire delle basi aree e navali come quelle di Latakia e Tartus in Siria.

 Anche in Iraq l’azione politica di Obama non sembra aver conseguito grandi risultati,  mentre la guerra contro lo Stato Islamico ristagna a Mosul , non ci sono sintomi di pacificazione tra le componenti della stato irakeno. E malgrado  la sottile vernice  di spiritualità  e intellettualismo dei propri migliori discorsi,  Obama non ha saputo prendere la decisione  che sarebbe stata giusta per quei kurdi, che hanno sostenuto i maggiori sforzi nella guerra contro lo Stato Islamico e hanno subito i danni maggiori, in termini di vite umane e distruzioni materiali, e cioè il riconoscimento della loro indipendenza.

In realtà gli Stati Uniti  e la Russia hanno nei confronti della lotta contro lo Stato Islamico degli obiettivi profondamente diversi; gli Stati Uniti  vogliono chiudere al più presto quella che considerano  una ferita pericolosa,  e  molti paesi occidentali pensano  di poter riassorbire i foreign fighters  dello stato islamico nei loro  paesi di origine; la Russia invece desidera mantenere aperto il conflitto e “neutralizzare” i foreign fighters al di fuori dei propri confini , l’idea di far rientrare  entro i propri confini elementi radicalizzati provenienti dalla   Cecenia o dal Daghestan o dall’Asia centrale, non rientra nei piani di Mosca.  E al neo presidente Trump sarà difficile conciliare nella prassi questi due punti di vista che a prima vista appaiono diametralmente opposti.

Ma è ovvio che la presenza di basi navali cinesi e russe nel Mediterraneo non costituisce un motivo di preoccupazione per il Wisconsin, l’Ohio, o il Minnesota: di più forse per  l’Italia,  la Francia e  gli altri paesi europei.  Forse, se siamo entrati in un’era di neo-isolazionismo americano, tutti i paesi europei dovranno prepararsi a pagare conti molto più salati che in passato per il settore degli armamenti, a rivedere la struttura e i compiti della NATO, e soprattutto a rivedere in senso europeo i propri programmi di difesa. E il neo presidente Trump dovrà indicare anche agli europei  un progetto di politica internazionale coerente e non limitato al programma di amicizia con la Russia, se non vuole che il suo slogan di far l’America di nuovo grande si trasformi nell’incubo di farne una potenza esclusivamente regionale.

LA PORTA DEI LEONI

A GIOCHI CHIUSI: OLIMPIA OGGI

Le considerazioni che si possono fare oggi sulle olimpiadi hanno molto poco  a che vedere con la fiaccola di Olimpia e forse anche con lo sport.

Fanno eccezione all’attenuarsi dello spirito olimpico  –è bene affermarlo subito-  le Paraolimpiadi nelle quali i partecipanti lottano non tanto contro gli avversari o per migliorare un record,  quanto contro le proprie disabilità per riaffermare il  valore dell’individuo  e della vita, della capacità di superare sofferenze e  avversità di tutti i tipi in nome dello sport.

TV, immagine e neo-professionismo     

Gli “atleti”  olimpici oggi sono in gran parte  dei professionisti e dei divi televisivi:  come testimonial di questo o quel prodotto ricevono ricompense molto rilevanti. Essere il portabandiera alla cerimonia di apertura dell’olimpiade  o  essere semplicemente uno di quelli che partecipano alla sfilata,  cambia completamente il valore del compenso che l’atleta riceverà per i prossimi spot televisivi.

Conta molto dunque anche avere un viso telegenico, che può aprire le porte di una carriera nel mondo dello spettacolo. Si potrebbe obiettare che è sempre stato così, che questo corrisponde all’antico  ideale ellenico del “bello e buono”, ma oggi l’aspetto, l’immagine, è più importante di quanto lo sia stato in qualunque altro momento storico.

Il vecchio modello sovietico secondo il quale gli atleti erano soprattutto dei militari inquadrati in speciali reparti sportivi  è stato adottato  in quasi tutti i  paesi (e per alcuni sport anche in Italia). D’altra parte, realisticamente,  sarebbe impossibile per chiunque allenarsi tutti i giorni per molte ore, praticamente tutto l’anno,   senza la sicurezza di uno stipendio.

Doping, antidoping

La rincorsa tra doping e antidoping, assomiglia sempre di più a quella tra le nuove corazzature dei veicoli corazzati e quella delle armi idonee a perforare queste corazzature. Gli atleti sono sottoposti ad uno sforzo per il quale hanno sempre più bisogno di sostegno fisico e psicologico, e con il consenso di allenatori e dirigenti trovano questo sostegno in sostanze “dopanti” sempre più sofisticate. I laboratori di ricerca si impegnano a trovare queste sostanze con mezzi sempre anch’essi più sofisticati.

Se l’atleta  viene scoperto la pena è l’esclusione dallo sport che pratica, senza   nessuna indagine per dirigenti sportivi che nella stragrande maggioranza dei casi non potevano non essere al corrente di quello che facevano gli atleti e i loro preparatori. Ma la squalifica e la relativa esclusione dall’attività sportiva per un periodo più o meno lungo per un atleta o un gruppo di atleti, sembrano più una sanzione politica nei confronti di un paese che un giudizio “sulla purezza” dello sport o di un singolo atleta. Forse una maggiore trasparenza sulla normativa relativa alle sostanze “proibite”  potrebbe evitare agli atleti delle esclusioni dolorose dai giochi,  e all’opinione pubblica internazionale l’impressione che le decisioni che vengono prese abbiano soprattutto una valenza politica.

Il bel medagliere o la pax olimpica

Il confronto  tra i “medaglieri” delle diverse nazioni è a dir poco  ridicolo, poiché non esiste comparazione possibile tra una disciplina sportiva e l’altra. Ma evidentemente questa comparazione fa parte delle relazioni pubbliche di ciascun paese  che vuol far perdonare all’opinione pubblica internazionale i propri “peccatucci” in politica interna e estera. Per compiacere il paese organizzatore dei giochi, o certi paesi importanti  all’interno del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), alcuni sport diventano almeno per una volta  discipline olimpiche salvo poi  essere derubricati all’olimpiade successiva.

Lo spirito dell’antica Olimpia comprendeva una “tregua sacra” tra le città-stato partecipanti. Ma dall’indegna olimpiade di Monaco (1972) in cui neppure l’assassinio degli atleti israeliani da parte di terroristi palestinesi valse a fermare i giochi, qualsiasi tregua è assolutamente impensabile. Non si stringono la mano neppure atleti di paesi che hanno firmato dei trattati di  pace,  e dunque  almeno formalmente non sono più in guerra tra loro.

Un fenomeno economico

In realtà le olimpiadi rappresentano oggi un importante fenomeno  economico per la città e il paese organizzatore. La città nella quale si svolgeranno i giochi compie ingenti spese per rinnovare gli impianti sportivi e costruirne di nuovi, per costruire nuove abitazioni per gli atleti, per migliorare i trasporti pubblici,   per questo ottiene dal proprio paese ingenti assegnazioni di fondi. Questi fondi si trasformano evidentemente in stipendi e posti di lavoro, e hanno un effetto notevole sul Pil. Purtroppo spesso in quasi tutti i paesi questi fondi si trasformano anche  in tangenti, ma questa non è una caratteristica specifica dei giochi olimpici ma di qualunque grande manifestazione internazionale.  Vengono rinnovate anche  molte strutture alberghiere e di ristorazione e vengono spesi dei fondi anche per l’urbanistica cittadina. Circola quindi una massa monetaria aggiuntiva  che suddividendosi in tutti i settori economici pervade tutta l’economia del paese organizzatore dell’olimpiade.

A questa spesa pubblica interna si aggiunge il valore dei flussi turistici verso la città in cui si svolgono i giochi, che diviene meta di vacanze. Un valore sempre rilevante, anche se  non è possibile misurarlo  con precisione in anticipo,  in quanto deve essere posto in   relazione agli avvenimenti internazionali, e alla capacità  attrattiva  della città organizzatrice.

Sosteniamo la candidatura di Roma

Questo aspetto economico  è forse, onestamente, quello più importante, e per questo  malgrado tutta la retorica,  tutte le critiche e  tutto il cinismo più smaliziato che si può mettere in campo,  sarebbe giusto che l’Italia sostenesse con decisione e con dignità  la candidatura di una propria città, Roma, alla organizzazione dei prossimi giochi.

Per molti giovani e meno giovani il fatto che ci siano in Italia alcune decine di migliaia di posti di lavoro in più o in meno - per quanto temporanei e poco retribuiti possano essere - non è esattamente la stessa cosa.

LA PORTA DEI LEONI

Due convention difficili, un paese diviso

Un cartello che ho letto recentemente in Canada  nella vetrina di un negozio di barbiere diceva “Una brutta notizia: il ciuffo di Trump è autentico. Una buona notizia: non siamo noi i responsabili”.

Indubbiamente Donald Trump fa discutere, a cominciare dalla pettinatura. E’ entrato in politica  “a gamba tesa”, come si dice nel gergo calcistico,  facendosi largo con violenza  tra i candidati repubblicani delle primarie che l’apparato del partito avrebbe preferito (Jebb Bush, Rubio, Cruz, Kasich),  proponendosi con la sua personalità ingombrante senza pensare a nessun tipo di  mediazione. Nessuno dei grandi repubblicani del passato, salvo Rudolph Giuliani, era presente alla convention di Cleveland per acclamare la sua  nomination.

“The Donald” -come lo chiamano anche i suoi avversari alludendo anche al personaggio disneyano  di Paperino-   ha costretto tutti i potenziali avversari alla resa rapidamente, e a maggio era già l’unico candidato repubblicano. La vittoria nell’ambito del partito lo ha reso ancora più tracotante e più sicuro delle soluzioni populiste che di volta in volta proponeva ad un opinione pubblica americana sempre più preoccupata. Espulsione dei musulmani dagli Stati Uniti; costruzione di un muro tra Stati Uniti e Messico; opposizione all’implementazione del NAFTA.

Trump non è un repubblicano tradizionale, solitamente legato al mondo del business di Wall Street e alla ideologia WASP, è stato anche democratico e non è assolutmente preoccupato della coerenza in politica. E’ piuttosto l’espressione  di una mentalità  che basa tutto sui risultati ottenuti, sul successo non importa come, sul profitto realizzato,  anche questo non importa come. Il suo reality  televisivo “The apprentice” è qualcosa di terribile, chi non ha avuto successo non ha giustificazioni, è licenziato. 

L’unico elemento  della politica di Trump che era  già presente in una certa  tradizione  repubblicana è “l’isolazionismo”; come già Taft,  l’ex presidente sconfitto da Woodrow Wilson circa un secolo fa (1912), Trump pensa ad un’America molto meno impegnata nei conflitti internazionali, che non deve combattere nel mondo il terrorismo, ma caso mai deve essere più guardinga e draconiana  entro i propri confini. Non è neppure da sottolineare che se gli Stati Uniti seguissero questa politica si estenderebbero le aree di influenza delle altre grandi potenze mondiali, Russia e Cina, e lo stesso contenimento dell’islamismo più radicale  in tutte le sue forme si rivelerebbe molto più difficile.  

Se per togliere credibilità alla candidata democratica Trump deve far uso di documenti ottenuti in modo illecito (?) lo fa, senza preoccuparsi minimamente se siano autentici o falsificati, se siano il frutto di un reato o di un complotto.

Fin qui Trump , ma quello che era il perdente o addirittura il “candidato ridicolo”  all’inizio delle primarie repubblicane, sembra avere negli ultimi sondaggi più del 40 % dell’elettorato complessivo. Una cifra che però ha dei margini di oscillazione notevoli in relazione agli avvenimenti negli Stati Uniti o  in Europa.  Se vengono uccisi dei poliziotti da una persona considerata collegata ai movimenti antirazzisti (per esempio al Black Lives Matter) i  consensi potenziali di Donald aumentano; se si verifica una strage come quella di Nizza i suoi consensi aumentano ancora … e nessuno può dirci che cosa  avverrà in questi mesi che ci separano dalle elezioni presidenziali.

Intanto come candidato alla vice presidenza Trump ha scelto il governatore dell’Indiana Mike Pierce che si definisce “cristiano, conservatore, repubblicano”.  Questa scelta è strategicamente interessante perché dovrebbe portare a Trump il consenso di quei gruppi fondamentalisti cristiani, antiabortisti, antigay, anti-tasse legati al Tea Party, che forse non sono completamente rassicurati dalla personalità prorompente del candidato alla presidenza e dalle sue idee personali.

La strada di Hillary Clinton per arrivare alla nomination alla convention di Filadelfia è stata molto più difficile di quella di Trump, sino all’ultimo la candidata preferita dall’establishment democratico ha dovuto lottare contro  il senatore del Vermont,  Bernie Sanders, un uomo di estrema onestà intellettuale, proveniente dal Liberty Party, che non ha mai nascosto niente di sé.

Bernie non ha nascosto di essere un  “socialista”, in termini europei diremmo un  socialdemocratico,  ad un partito fondamentalmente anti-socialista ; non ha nascosto di essere di origine ebraica ed anzi lo ha affermato con orgoglio  davanti ad una platea black chiaramente antisemita, e alla fine ha riscosso gli applausi di questa stessa platea; non ha nascosto di essere un agnostico  ai gruppi ebraici legati al partito democratico, il cui appoggio avrebbe potuto favorirlo nel New England e in California.

Alla convention di Filadelfia  hanno partecipato tutti i big democratici e in prima fila Obama, sua moglie Michelle che forse ha fatto il miglior discorso della convention, Bill Clinton la cui oratoria è sempre molto trascinante per gli americani, e naturalmente Bernie Sanders che con estrema lealtà ha confermato la propria volontà di votare la Clinton alle presidenziali.

Ma qui cominciano i problemi. Non tutti i sostenitori di Sanders sono stati d’accordo sulla sua scelta, quasi certamente nessuno voterà per Trump, ma alcuni potrebbero pensare  a non votare e altri a votare per Jill Stein, la candidata del Partito Verde, animalista, ambientalista, “socialdemocratica”, assolutamente senza speranze di essere eletta, ma certamente simpatica e accettabile per l’elettorato più giovane di Sanders; oppure per Gary Johnson, governatore del New Mexico, del Partito Libertariano.

Hillary avrebbe potuto fare qualcosa per evitare una potenziale emorragia di voti a sinistra, scegliendo un candidato alla vicepresidenza  gradito a questa componente del partito. Certamente non Sanders che aveva già  rifiutata questa eventualità, ma per esempio la senatrice del Massachusetts,   Elizabeth Warren, notoriamente progressista e gradita a tutto il New England: e non si deve dimenticare che -come dice il refrain di una vecchia canzone popolare americana- “lo spirito del Massachusetts è lo spirito dell’America”. Oppure avrebbe potuto chiamare a far parte del ticket presidenziale un esponente di una minoranza, per esempio un latino, ciò  che avrebbe rappresentato un’assoluta novità.

Ma Obama  ha fatto a Hillary  un regalo che potrebbe rivelarsi la classica “mela avvelenata”, le ha suggerito con molto calore come vice presidente il nome di un suo vecchio amico, il senatore della Virginia Tim Kaine. E’ molto difficile stabilire dall’esterno degli Stati Uniti quale sia il reale contributo che questo democratico centrista possa portare alla campagna presidenziale. Certamente non viene descritto come un conservatore, e questo può già rappresentare un piccolo elemento di rassicurazione per quella fetta del partito che teme uno slittamento al  centro destra.

Quasi sicuramente sulle prossime scelte di campo peseranno anche motivi assolutamente pratici.  Per esempio è sensato pensare che al fianco della Clinton si schiereranno gli ambienti militari e l’industria legata al settore della difesa, dal momento che in caso di vittoria del candidato repubblicano le spese militari e la stessa importanza  del Pentagono potrebbero subire un significativo ridimensionamento. Ma da “the Donald” anche in questo campo è lecito attendersi prima delle elezioni un cambiamento di fronte.

LA PORTA DEI LEONI

Golpe, contro golpe, finto golpe

 

Una cosa è certa in questo oceano di incertezze, che Fethullah Gülen è un uomo molto intelligente e molto astuto. Da questa convinzione comune,  espressa da tutti coloro  che conoscono la politica turca, si può far  discendere una conseguenza: se l’imam Gülen avesse realmente voluto che in Turchia venisse realizzato  un colpo di stato lo avrebbe preparato molto accuratamente,  e certamente il tentativo non sarebbe fallito miseramente in poche ore.

Gülen, differentemente da quello che si immaginano molti commentatori  non è un paladino della democrazia di tipo occidentale e degli “immortali valori del 1789”; comunque in campo politico afferma di essere favorevole al pluripartitismo.   E’ un religioso, molto più innovativo nella metodologia che nella sostanza, appartiene alla scuola teologica hanafita e ha fondato il  movimento religioso-culturale Hizmet (Servizio), che in qualche modo si potrebbe paragonare a  “Comunione e Liberazione” (CL per gli amici). Favorisce comunque il dialogo interreligioso tra Ebrei, cristiani e musulmani, e questo nel mondo islamico è un dato di rilievo .

Gülen, grande organizzatore, fortunato imprenditore, abile negoziatore, è dotato di un forte carisma personale che riesce a far valere sia sui singoli interlocutori che sulle grandi platee. In termini di ascolto e di influenza personale  i suoi followers in Turchia oggi sono stimati tra i cinque e i sei milioni.

Il suo esilio volontario negli Stati Uniti risale all’epoca in cui la Turchia  era governata da un’elite politica laica vicina ai militari, che Gülen avversava e temeva.

Per lungo tempo Gulen è stato uno dei migliori amici e dei più fedeli sostenitori di Erdogan. Poi qualcosa si è spezzato, forse anche prima di quello che riporta la stampa, e delle gravi accuse di corruzione rivolte a Erdogan e alla sua cerchia familiare e politica. 

Certo da allora Gülen è diventato per Erdogan come il personaggio di Emmanuel Goldstein nel romanzo  “1984” di Orwell, cioè l’uomo verso il quale indirizzare tutto l’odio disponibile, il grande artefice del male.  

 E anche questo fa pensare che il “golpe turco” sia stato  in realtà un finto golpe inscenato da Erdogan per mettere  Gülen   in stato di accusa, ma nello stesso tempo riuscire a sbarazzarsi delle  tre categorie che gli creano le maggiori preoccupazioni: giudici, generali, giornalisti.

In effetti i  magistrati che maggiormente  infastidiscono Erdogan sono proprio quelli delle magistrature  superiori, di estrazione laica, molti dei quali erano entrati in carriera durante il regime precedente e avevano risposto negativamente a tutte le pressanti richieste governative. Incarcerando,  mettendo agli arresti domiciliari o almeno allontanando dal servizio quasi 3000 magistrati,  Erdogan ottiene il vantaggio di piegare completamente l’opposizione dell’ordine giudiziario e di assicurarsi dei posti liberi negli alti gradi della magistratura, da occupare con persone a lui fedeli. Da cui anche la possibilità di effettuare quelle “riforme” che una magistratura indipendente avrebbe ritenuto anticostituzionali.

L’esercito poi,  era l’ultimo bastione che ancora si poteva definire kemalista dello stato turco; decapitando le posizioni più elevate e più “sensibili” con l’accusa di aver partecipato al golpe o almeno di essere stati in qualche modo conniventi , viene tolto di mezzo un “potere dello stato”, certo non corrispondente alla tradizionale ripartizione del Montesquieu, ma estremamente importante in una società come    quella turca in quanto  fonte di alcuni valori fondativi. Con una severa lezione ai vertici militari, Erdogan fa capire di non ritenere intoccabile nessun gruppo, e semmai di preferire all’esercito autoreferenziale la polizia politicizzata e infeudata al suo regime. Se si osservano le foto dei soldati “golpisti pestati e sputacchiati dalla folla, l’idea applicata da Erdogan all’esercito sembra quella del titolo di un romanzo di Enzo Biagi, “Disonora il padre”.

Con le epurazioni e gli arresti nel mondo giornalistico Erdogan ha ottenuto un risultato ancora più ampio, perché ha di fatto eliminato i giornalisti gulenisti; i liberali laici tradizionali, più o meno vicini all’esercito e alla magistratura; i favorevoli all’autonomia kurda.

Di fatto rimane da chiedersi cosa sia rimasto in piedi - dopo questo durissimo contro-golpe- di quella democrazia che il presidente Obama ha detto di voler appoggiare.

Ma al di là delle tre bestie  nere (giudici, generali, giornalisti) il  finto golpe ha permesso a Erdogan di realizzare una vasta epurazione anche nel mondo della scuola e dell’università, nel quale l’influenza di  Gülen   era molto forte, con le sue strutture educative considerate tra le migliori del paese.

E’ molto probabile dunque che il golpe sia stato studiato proprio nelle stanze del potere erdoganiano, con il preciso obiettivo di coinvolgere e eliminare con la collaborazione  di finti congiurati (in sostanza agenti provocatori), quelle personalità “idealiste” e non troppo allineate che si poteva supporre che avrebbero aderito a un “golpe democratico”. Il fatto che comunque nel corso degli avvenimenti ci sarebbero stati dei morti e delle violenze non è stato neppure preso in considerazione.

Rimane il problema estradizione di Gülen   che è stata richiesta dalla Turchia   agli Stati Uniti, rimane il problema dell’eventuale ripristino della pena di morte per le persone arrestate per il (finto) golpe.

E’ possibile che il rischio di un raffreddamento dei rapporti con gli Usa e con l’Europa sia stato calcolato  nello stesso momento in cui sono state avanzate queste richieste. Ed è probabile che la cosa non  preoccupi molto Erdogan. Sia gli Stati Uniti che l’Europa si trovano  in un momento difficile della propria storia. Gli Usa stanno per eleggere un nuovo presidente e potrebbe essere persino un presidente che discontinua la politica obamiana; comunque per motivi strategici gli americani non possono fare a meno dell’alleato turco,  sul cui territorio si trovano le basi aeree più vicine alla Russia. L’Europa, in piena crisi politica, ha la necessità che la Turchia eserciti quel controllo sull’immigrazione dall’Asia che ha pagato un prezzo salatissimo. D’altra parte, per poter continuare nella proprio disegno  di espansione nel vecchio impero ottomano , la Turchia ha un interesse limitato ad un ipotetico ingresso in Europa. Tutto ciò di cui ha necessità è che la porta europea venga lasciata socchiusa.

Per ottenerlo basterà che Erdogan faccia il bel gesto  di  non eseguire nessuna condanna a morte. 

LA PORTA DEI LEONI

Un Tir ha distrutto il nostro 14 luglio

La strage compiuta dal giovane  tunisino a Nizza è stata raccontata anche troppe volte dalla stampa e dalla televisione,  quindi  sembra opportuno  prescindere dalla cronaca e fare soltanto  alcune riflessioni.

1)            Complicità e connivenze

L’analisi delle videocamere  ha mostrato come il terrorista  abbia  compiuto, con il grande e visibilissimo TIR bianco che aveva affittato,   almeno due perlustrazioni sul luogo dove poi ha realizzato la strage.

La zona nella quale si è svolto tutta la sua azione è la zona più centrale e più sorvegliata dell’intera città di Nizza, è quindi da escludere che ci sia stata una disattenzione da parte di qualcuno, a cui sia sfuggita la presenza di un mezzo grande e  visibile come quello che è stato utilizzato.

E’ molto più probabile invece che dei membri di organizzazioni in qualche modo legate alla entità Stato islamico siano presenti all’interno delle forze dell’ordine francesi, (forse più facilmente nella Police municipale, e tra i vari agents de sûreté, che non nella Police nationale o nella Gendarmerie). In questo caso le chiusure di uno o di tutti e due gli occhi al momento opportuno si spiegherebbero assai più facilmente.

2)            La teoria del cane sciolto

Ogni volta che si verifica una strage o un attentato si assiste a una specie di rincorsa degli operatori della comunicazione a dichiarare che si tratta di un folle, di uno psicopatico, o comunque di un “cane sciolto” che non ha nessun legame con le centrali terroristiche.  Si tratta di dichiarazioni che mostrano in breve tempo la loro inesattezza e inaffidabilità. Ma non hanno neppure quell’effetto rassicurante sull’opinione pubblica che dovrebbero in ipotesi avere. Dagli elementi che sono stati divulgati lo stragista dovrebbe aver ricevuto un supporto logistico da un gruppo di persone, e quindi tutte le speculazioni sul fatto se fosse un vero “soldato” del califfato o soltanto un convertito dell’ultima ora, hanno un limitato valore pratico.  

Molto più preoccupante invece il bonifico di quasi 100mila euro inviati poco tempo prima della strage dal giovane tunisino alla sua famiglia in Tunisia. Il fratello ne ha parlato come dei “risparmi di una vita”, ma è molto difficile pensare a un risparmio così ingente da parte di un persona senza un lavoro particolarmente retribuito e con una famiglia a carico (moglie e due figli), sembra più verosimile pensare ad un pagamento. Ed è noto che l’entità Stato islamico retribuisce tutti coloro che le prestano dei servizi. 

3)            Islam e terrorismo islamico

Siamo incalzati dal polically correct. Affrettatamente e anche incautamente viene di solito affermato e recitato come un mantra -ed è successo anche in questi giorni in televisione- che queste stragi e attentati non hanno niente a che vedere con l’Islam, che invece “è una religione di pace, tolleranza e amore”.  Come se le persone che li compiono, soltanto arbitrariamente si definissero islamici e invece appartenessero alla chiesa greco-ortodossa o a quella metodista wensleyana.  Credo di avere già ricordato in diverse occasioni  (articoli, saggi, interventi ) che quella jihadista  è soltanto una costola dell’Islam e non rappresenta né tutto l’Islam né il suo corpo centrale: ma una volta di più occorre sottolineare che non si tratta di un piccolo gruppo, ma di un insieme che raccoglie milioni di individui,  che di questo esercito del terrore costituiscono l’armata di riserva (wahabiti, salafiti, tafkir).

Come è noto l’Islam a differenza del cattolicesimo e di altre religioni cristiane non ha una autorità religiosa centrale; in pratica ogni imam può emanare una sentenza che costituirà la base di comportamenti per singoli gruppi di credenti. E quindi è assolutamente verisimile che, mentre il giovane assassino compiva la strage, nella stessa Nizza un imam predicasse l’Islam come religione di pace, tolleranza e amore.

Certamente però, a differenza di quanto la famiglia aveva voluto far credere con le sue dichiarazioni strappalacrime, il giovane stragista si è formato in un ambiente familiare salafita, quello a cui appartengono il padre e il fratello. Quell’ambiente salafita che ha insanguinato per decenni Algeria e Tunisia.

4)            Implicazioni politiche della strage

E’ molto probabile che questa strage attuata proprio nel giorno della festa nazionale contribuisca ad accrescere le possibilità di vittoria della destra nelle prossime elezioni francesi. Certo è che Marine Le Pen si è già chiamata fuori da quel patto di unità nazionale che aveva unito tutte le forze politiche dopo la strage del Bataclan. La richiesta di dimissioni del ministro dell’interno, che il premier Valls ha già respinto, appare sotto un profilo logico immotivata, ma forse per i motivi ricordati all’inizio tutta la macchina della sicurezza   francese andrebbe passata al microscopio. Oggi nessun cittadino si sente sufficientemente protetto, e per questo i francesi si sentono in larga misura attratti dalle proposte del Front National.

Dunque, dopo aver fatto sentire la propria influenza in Gran Bretagna sponsorizzando la Brexit, il mondo islamico sta oggi condizionando pesantemente la politica della Francia. La sinistra appare ormai al francese medio come la fautrice di uno scenario di “sottomissione” all’Islam, ma il cittadino si interroga sempre di più se un alleanza tra partiti di sinistra e di centro-destra come quella che nel 2002 portò Chirac alla presidenza possa essere sufficiente per battere la leader della destra.

5)            Ma la Francia ha una strategia?

Sembra difficile per la Francia delineare una strategia nuova rispetto a quella attuale.

Il controllo sul territorio è già al massimo livello, con l’impiego di tutte le forze di sicurezza disponibili. Lo stato d’allerta non può essere portato a un valore superiore.

L’impiego dell’intelligence è anch’esso attuato al massimo sul piano interno, mentre sarebbe auspicabile un coordinamento a livello europeo e internazionale. L’incapacità di parlarsi delle forze di polizia belghe e francesi ha costituito per tutto il mondo un esempio da manuale.

Sul piano strategico uno dei suggerimenti (non disinteressati) che vengono dati alla Francia sarebbe quello di concentrare in Africa la lotta califfato, piuttosto che non in Siria, dove già operano russi e americani con obiettivi e risultati molto diversi. In questo modo la Francia potrebbe anche esercitare un certo controllo sui flussi e riflussi di foreign fighters.

A lungo termine, potrebbe dare dei frutti importanti una riforma profonda del sistema scolastico francese, rendendolo meno basato sulla performance, e dando invece  una maggiore importanza ai valori europei che poi dovrebbero essere quelli stessi della République.

L’espulsione di un certo numero di musulmani non cittadini francesi è un tema caro all’estrema destra; ma sul piano pratico si ritiene che potrebbe portare un limitato vantaggio alla sicurezza del paese dato che la maggioranza dei musulmani hanno la cittadinanza francese, e proprio tra loro ha una grande presa l’ideologia salafita e wahabita.   

LA PORTA DEI LEONI

Una gita in Israele

 Andare a visitare lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto  a Gerusalemme è una esperienza molto interessante, “da non perdere”, soprattutto per chi non abbia avuto genitori o nonni, o altri parenti uccisi nel corso  della  Shoah.

Sinceramente quando vedo la “pubblicità” dello Yad Vashem tra le cose “da non perdere” a Gerusalemme sono sempre molto arrabbiato. Ma non c’è niente da fare, ciascuno ha una diversa sensibilità anche di fronte alla memoria storica, anche gli operatori del settore turistico.

E così, quando si ha la fortuna di essere invitati dal governo israeliano in quanto parlamentari di una stato amico,  una bella gita allo Yad Vashem la si fa sicuramente, e poi non ci dimentica di lasciare una testimonianza della propria vibrante umanità sull’albo d’oro dei visitatori.

Fin qui dunque tutto in regola, tutto nella norma anche per il viaggio dei parlamentari ex grillini, ora pentastellati, Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano, e Ornella Bertorotta.

Strano e imbarazzante è invece il comportamento successivo dei nostri buoni parlamentari che chiedono di visitare Gaza, pur essendo stati informati già in partenza da Roma che la cosa non sarebbe stata possibile perché Gaza è controllata da Hamas, un’organizzazione terroristica ostile a Israele. Che poi dire “ostile a Israele” è una formulazione molto diplomatica per dire che Hamas lancia missili contro il territorio israeliano cercando di ucciderne del cittadini, e che ha nei propri statuti la distruzione di Israele.

Evidentemente la richiesta dei grillini è provocatoria e strumentale: ha il solo scopo di creare l’incidente, il confronto duro con Israele. E infatti puntualmente è venuta l’accusa al governo israeliano: “Ci impedisce l’ingresso a Gaza”.

D’altra parte il movimento al quale appartengono questi parlamentari è stato fondato da Beppe Grillo che, già nel 2012, aveva e in una intervista divenuta famosa i suoi concetti su Israele, lobby ebraica, Mossad. Concetti non proprio equanimi in quanto fondati sui pareri del “suocero iraniano” e del cugino “che lavora in Iran”.          

Comunque l’atteggiamento dei tre componenti la delegazione è stato abbastanza differenziato. Mentre Di Maio ha convenuto che Hamas è un’organizzazione terroristica, pur ribadendo la propria avversione per ogni muro di separazione, Di Stefano ha puntato decisamente sul boicottaggio delle imprese israeliane (BDS), e questa volta ha sostenuto che il Comune di Roma deve troncare ogni rapporto con l’impresa Mekhorot, in quanto impresa operante nei territori. Ma questa azienda, che è un’azienda storica poiché è stata costituita negli anni ’30, collabora attivamente con la Giordania e con l’Autorità palestinese. Una volta di più gli estremisti italiani si troveranno nella posizione di essere” più realisti del re”

Per fortuna nel mondo dell’impresa italiana prevale la ragionevolezza.

LA PORTA DEI LEONI

A Dallas

Lo scambio di condoglianze tra capi di stato e di governo in occasione di lutti che colpiscono un paese amico/alleato è diventato un fatto formale che riguarda la sfera delle relazioni internazionali e della diplomazia e non quella dei sentimenti. La televisione provvede a darci conto che il presidente americano o quello francese condividono il dolore del nostro paese, e  la prossima volta ci riferirà che il nostro presidente ha fatto avere le nostre condoglianze all’altro presidente.

Sono fatti formali, e come si dice nel Mezzogiorno non mettono e non tolgono. Mi hanno colpito invece le  lacrime sincere  del nostro ministro degli esteri Gentiloni per i  morti italiani di Dacca. Hanno rappresentato a mio avviso un fatto che ha rotto le formalità e ha riportato tutti al piano dei sentimenti.

Mi ha colpito molto in un altro contesto  anche  una foto che è stata riportata dai quotidiani dopo l’uccisione di alcune persone di colore negli Stati Uniti: una ragazza stringe tra le mani un cartello con la scritta “Black lives matter”, le vite degli uomini di colore contano, sono importanti, hanno valore. Il fatto che un uomo di colore  sia stato ucciso da un poliziotto mentre era in macchina assieme alla sua compagna e alla loro bambina,  e ancora con la cintura allacciata stava mostrando i documenti, è un fatto agghiacciante. E’ un fatto agghiacciante che solo qualche anno fa sarebbe passato sotto silenzio, oppure raccontato come un’ipotesi, ma oggi la tecnologia dei telefonini permette di far vedere in diretta e di metter in rete. E’ un fatto agghiacciante, e come milioni di persone sono rimasto sconvolto.

La ragazza con il cartello ha ragione, la vita dei neri conta. Ma a poche ore di distanza a Dallas, un giovane di colore, riservista dell’esercito americano, che aveva combattuto in Afghanistan, e che in passato aveva sostenuto il gruppo “Black Lives Matters”, ha ucciso cinque poliziotti bianchi. Cinque poliziotti  che assicuravano l’ordine di una manifestazione di protesta della comunità afro-americana.

Il giovane uccisore dei poliziotti è stato ucciso a sua volta, dopo un’inutile trattativa, non da dei poliziotti ma da un robot guidato e carico di esplosivo. Anche questa morte, questa esecuzione con una macchina non può non riempirci di orrore. Penso che sia la prima volta che si utilizza un robot per un’esecuzione che nessuna corte di giustizia aveva decretato.

Non credo sinceramente di poter svolgere il ruolo di questo tribunale che non si è mai riunito, penso solo che si debba ricordare quello che scriveva Freud, che il male è proprio dentro di noi, in noi che stiamo vivendo in questo momento, che parliamo e giudichiamo e non nell’altro.

E poi come diceva Elie Wiesel non è con il male che si può sconfiggere il male. Né progettando il male, rimuginandolo come un veleno dentro di sé, né compiendolo.

Sul presidente Obama oggi si  scatenano le ire degli afro-americani che fino a poco tempo fa lo osannavano,  e quelle del ceto medio bianco intimorito. Ma anche  quelle di una minoranza bianca povera  (oggi non più solo del sud) che pensa di rifugiarsi nel Suprematismo, in White power, nella Nazione ariana, tra i neonazisti. In tutto quel mondo malato in cui il risentimento, il declassamento sociale, la frustrazione di un’esistenza mancata, si mescolano con il delirio di onnipotenza esaltato dal possesso di armamenti di tutti i tipi.

Ma la colpa non è di Obama, semmai in questo caso gli si deve dare atto di avere riproposto con ostinazione maniacale quel sistema di controllo sulle armi a cui oppone la più potente lobby degli States, la  NRA. Credo che il prossimo presidente a cui toccherà questa pesante eredità, non potrà non farsi carico di questo problema.

Ma perché l’America non cada in una tragica guerra civile le occorre progettare  un migliore sistema di istruzione pubblica, un sistema che offra una reale educazione anche ai figli degli slums e dei ghetti. Le occorre affrontare il problema dei “valori americani” anche nell’esercito, perché i veterani sono coinvolti in misura sempre maggiore in episodi di violenza e di autodistruzione.

Sembra che tutto quello che viene dato ai giovani soldati americani sia soltanto un buon addestramento fisico e militare, come si è visto in una serie di film di guerra di sconcertante banalità. Il giovane reduce dall’Afghanistan che ha ucciso i cinque poliziotti bianchi a Dallas non aveva ricevuto evidentemente dai suoi superiori  nessun insegnamento morale sul valore della vita umana.  

Credo che ai suoi superiori -in tutta linea gerarchica- dovrebbe essere chiesto come mai ad una persona a cui si insegna a usare armi da guerra, non si sia insegnato a  distinguere tra nemici e concittadini.

Ma credo che l’America dovrebbe riflettere anche sugli “hate groups”, impedendo a qualunque associazione, club o partito fondato sull’odio di diffondere ovunque il proprio veleno. Non credo che costituisca un vulnus al valore della libertà, impedire a chiunque di  affermare che un gruppo etnico o religioso è superiore ad un altro, o che un gruppo etnico o religioso dovrebbe essere distrutto.

Ugo La Malfa sosteneva molti anni fa nel contesto italiano il grande valore delle “riforme senza spesa”, io credo che  riforme di questo tipo, in particolare quella sullo stretto controllo degli hate groups siano una riforma senza spesa che potrebbe portare grandi benefici agli Stati Uniti.

LA PORTA DEI LEONI

Della Sirte e altre storie

I seguaci  della “entità Stato islamico” sono assediati a Sirte, dalle milizie “alleate” dell’Occidente. Tra pochi giorni o forse   tra poche settimane  Sirte dovrebbe cadere. Dunque una buona notizia finalmente! Dopo tante notizie tragiche o almeno sgradevoli.

Purtroppo c’è qualcosa che funesta questa buona notizia, il fatto che i nostri “alleati”, il  sedicente “Esercito libero” di Tripoli, la cosiddetta “Guardia petrolifera”, e le milizie fondamentaliste di Misurata hanno fatto sapere che a Sirte  “non verranno fatti prigionieri”.

No, credo di aver capito male. Noi difendiamo nel mondo i valori della tolleranza, del diritto, anche del rispetto per la vita e la dignità degli sconfitti, anche di quelli che hanno compiuto il male. E poi c’è qualcuno, che è stato armato con armi dell’occidente, che dice apertamente che violerà i principi più elementari del diritto delle genti, del diritto internazionale di guerra, del diritto umanitario, delle Convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra, ma soprattutto che violerà i nostri valori, quello in cui crediamo.

Non in nome mio, non in nome nostro comunque, come si usa dire nel mondo anglosassone.

Credo che occorra essere molto guardinghi: questa orrenda guerra di religione (ma non esistono  belle guerre) nella quale noi occidentali siamo stati trascinati a forza, ha come rischio più grande che abbondoniamo parte dei nostri valori, fino ad adottare senza neppure accorgercene i valori dei nostri avversari.

Se poi invece affermare “non si faranno prigionieri” è  soltanto una strategia di comunicazione, mi sembra che sia la strategia peggiore; affermare che non  ci saranno prigionieri equivale a spingere il nemico a battersi con tutte le proprie forze, e dunque a fare che la difesa di Sirte sia  la più strenua possibile.

Qualche giorno fa a proposito della strage compiuta dalla entità Stato islamico a Dacca, scrivevo che è giusto chiedere ai musulmani, in Europa e in America, l’accettazione dell’altro e il rispetto per la sua fede e la sua vita.

Oggi vorrei dire qualcosa di più, che è doveroso chiederlo. Che è doveroso chiedere alle autorità spirituali, associative,  ammnistrative  che guidano le comunità musulmane in Italia  e in Europa  quella esplicita condanna degli atti di barbarie e di criminalità che non hanno mai fatto; né quando ci fu la strage dell’ipermercato kacher di Parigi, né quando vennero uccisi degli innocenti al Museo Ebraico di Bruxelles, né quando venne compiuta la strage di incolpevoli turisti al Museo del Bardo a Tunisi;  né tanto meno quando molti anni fa venne compiuto  l’attentato alla Sinagoga di Roma.

E uno di questi leader islamici a cui è doveroso chiedere,  è indubbiamente Tarik Ramadan, che ha  studiato da imam al Cairo e si è dedicato con intensità alla predicazione in Francia e Belgio. Proprio quei due paesi che hanno rappresentato il brodo di cultura del terrorismo islamico in Europa.

Il presidente del consiglio francese Valls, ha dichiarato qualche mese fa che intende opporsi alla possibilità che Tarik Ramadan, -che ha una personalità   molto irridente, e per  questo è   amato dai gestori di talk show e anche da alcuni compiacenti giornalisti italiani- , ottenga la cittadinanza francese.  Il perché: non ha mai interiorizzato quei valori “umanisti e repubblicani” che fanno di una qualunque persona che risiede sul territorio francese  un potenziale  cittadino.

Ma anche tra gli avversari politici del socialista  Valls l’opinione su  Tarik Ramadan è la medesima. Il sindaco di Bordeaux ed ex primo ministro francese, Alain Juppé, (UMP) lo ha definito “persona non grata” nella sua città.

Tarik Ramadan è stato accusato più volte di antisemitismo, non da persone qualsiasi ma da intellettuali come Bernard-Henri Levy,  André Glucksmann,  Bernard Kouchner, e da esponenti del pensiero cristiano come Olivier Clément.

Credo che si tratti di un’accusa fondata perché i riferimenti culturali di Ramadan sono, al di là dei testi islamici, Cioran (quello che ha scritto « Se fossi ebreo mi suiciderei all'istante »), Guénon e  Heidegger, (il filosofo che nei pestilenti  “Quaderni neri” lodava Hitler ancora dopo la guerra).

La cattedra di Tarik Ramadan a Oxford, il traguardo prestigioso a cui è arrivato, è stata finanziata dal Qatar che  ha donato 11 milioni di sterline alla vecchia e non più  gloriosa università.

Non si può dire che il piccolo e aggressivo paese del golfo non scelga con grande oculatezza i suoi investimenti,  ed è probabile che l’appoggio qatariota  a questo personaggio vada a collocarsi in quel tentativo di sottomissione del Regno Unito, di cui anche l’appoggio alla Brexit ha rappresentato una tappa.

Intanto nel Regno, ormai non più troppo unito, la Commissione Chilcot ha emesso una condanna in dodici volumi dell’operato dell’ex primo ministro inglese Tony Blair,  per la partecipazione di Londra alla guerra in Irak (2003).

Certo è facile condannare  Blair dopo sette anni di analisi di documenti, quando gli avvenimenti non incombono e non devono essere prese decisioni che possono cambiare la sorte del mondo: facile e anche un po’ impietoso.  Come ricercatore sociale spero soltanto che questo  prolisso documento di accusa,- che mi piacerebbe di poter esaminare almeno nella sintesi finale-, possa  essere utile agli storici di domani.

Su una cosa soltanto è indispensabile fare una precisazione. La guerra del 2003 non è stata una guerra di liberazione, come gli angloamericani si illudevano che potesse essere,  ma neppure una guerra che ha distrutto un paese unito e felice. Ieri un quotidiano italiano ha pubblicato  un titolo ingannevole “Gli iracheni ora rimpiangono la sua epoca (quella di Saddam, n.d.r.), i curdi no”. In realtà solo alcuni clan  sunniti   rimpiangono Saddam, gli sciiti non lo rimpiangono affatto. Per loro quella di  Saddam  fu un’epoca di prevaricazioni e di ingiustizie, nella quale è nata quella voglia di rivalsa e di vendetta che ancora devasta il paese. Per i Kurdi fu l’epoca di un tentativo di genocidio, compiuto con i  gas tossici sotto la guida di “Alì il chimico” (Ali Hassan al-Majid).

Almeno questo a favore di Blair andrebbe detto.

LA PORTA DEI LEONI

Elezioni presidenziali bis in Austria

Non avevamo ancora finito di archiviare (con una certa soddisfazione) l’elezione del candidato ecologista Alexander Van der Bellen a presidente della repubblica austriaca, che la corte costituzionale di quel paese ha deciso di invalidare le elezioni presidenziali con la motivazione di irregolarità avvenute durante lo spoglio delle schede.

Sostanzialmente la corte ha   accolto il ricorso presentato dal leader del Partito della libertà (Freiheitliche Partei Österreichs, FPÖ), Heinz-Christian Strake, che sosteneva che nella quasi totalità dei distretti elettorali non erano state rispettate le norme soprattutto per quanto riguardava il conteggio dei voti arrivati per posta.

Su questa decisione sono stati avanzati sospetti da parte di alcuni commentatori internazionali, cha hanno sottolineato come in questo tipo di deliberazioni sia più facile intravedere il peso di orientamenti politici  che solidi fondamenti giuridici.

Il ballottaggio tra Norbert Hofer, candidato del Partito della liberta, e il professor Van der Bellen dovrà quindi essere ripetuto. Hofer è un quaranta-cinquenne di bell’aspetto, costretto ad usare il bastone per i postumi di un grave incidente col parapendio, Van der Bellen un professore   ultrasettantenne di estrazione aristocratica, già socialdemocratico e ora Verde. Il cosiddetto partito della libertà è una forza politica nata come ultraconservatrice, che negli anni novanta si è spostata su posizioni sempre più populiste e ipernazionaliste, sotto la guida del defunto Haider.

Ma la coalizione che sostiene Hofer è ben più ampia del partito della libertà, è la classica coalizione degli scontenti, degli spaventati dalla globalizzazione, degli impoveriti dalla crisi economica, dei terrorizzati dallo spettro dell’immigrazione.

I motivi per i quali le elezioni presidenziali di questo paese sono importanti, sono diversi e ciascuno è ricco di implicazioni.

1)            L’Austria è uno degli stati che confinano con l’Italia

2)            L’Austria è il secondo paese di lingua tedesca,

e ha un particolare rapporto con la Germania

3)            L’Austria è un paese nel quale la deriva populista e antieuropeista molto forte

4)            L’Austria è uno degli stati che faceva parte dell’EFTA, e la sua domanda di adesione alle Comunità Europee è “solo” del 17 luglio 1989.

Il fatto che l’Austria sia un nostro vicino non è solo un dato geografico. Con l’Austria abbiamo in comune un confine, il Brennero che non deve essere chiuso. Se per una decisione politica del governo austriaco  il Brennero venisse chiuso, o anche soltanto il passaggio delle persone ostacolato, gli Accordi di Schengen perderebbero il loro valore per l’intera Unione.

L’Italia e l’Austria hanno tra loro un rapporto molto complesso fatto di lunghi periodi di dominazione austriaca su pezzi del nostro paese e di guerre sanguinose combattute su territori italiani. Una nostra regione a statuto speciale ha una percentuale rilevante di abitanti di lingua tedesca, che dagli accordi De Gasperi-Gruber (5 settembre 1946) in poi hanno sempre goduto in Italia di particolari diritti.

Tra la Germania e l’Austria esiste un legame ancora più complesso; sono legate da un sentimento misto: orgoglio comune, invidia, senso di superiorità, volontà di essere diverse, volontà di essere simili. Non è difficile trovare tutte queste cose (e molte altre ancora) in una famiglia nel rapporto tra due sorelle, molto più raro tra due nazioni.

Finché il sistema politico tedesco era dominato da due partiti, democristiano e socialdemocratico, e quello austriaco da due partiti simili, popolare e socialista, il rapporto non era difficile; l’irrompere sulla scena di nuove forze politiche populiste e ultranazionaliste potrebbe far ritornare alla luce vecchie idee e vecchie ferite, con un possibile contagio da un paese all’altro.

Questi partiti populisti hanno un sostrato di antisemitismo, una vocazione antieuropea pericolosa, una sostanziale carenza di idee. Basti pensare alle ultime interviste di Hofer: “Gli uomini non sbagliano mai”. Una concezione interessante della storia sulla bocca di un cittadino austriaco…

Le elezioni presidenziali austriache verranno dunque ripetute, ma il fenomeno più interessante al quale si assiste in paesi e in situazioni molto di-verse è la divisione dell’elettorato in due schieramenti di forza uguale.

 Messa di fronte a delle scelte rilevanti o addirittura epocali, l’opinione pubblica sembra ispirarsi all’Atto I, Scena 9, del Don Giovanni di Mozart. Lorenzo Da Ponte nel suo bellissimo libretto mette in bocca al personaggio di Zerlina dei versi che sembrano fatti apposta per la politica contemporanea “Vorrei e non vorrei; /mi trema un poco il cor. /Felice è ver, sarei, ma può burlarmi ancor.”

 

LA PORTA DEI LEONI

Al Sisi e i suoi nemici 

Ormai molti anni fa lessi un libro molto interessante di Anouar Abdel-Malek, Egypte société militaire.

L’analisi di Abdel-Malek, ormai datata,      meriterebbe un aggiornamento, ma l’Egitto continua ad essere, come   scriveva questo autore, una società militare; una società, cioè,  nella quale l’esercito continua ad essere la  più rilevante  struttura socio politica del paese, e insieme  uno dei principali strumenti di promozione sociale, e di selezione della classe dirigente. Applicare all’Egitto i criteri che definiscono i sistemi politici e i gruppi sociali in occidente è un errore metodologico.

A livello di conversazione di salotto è legittimo chiedersi se il regime  dell’Egitto sia una democrazia, o non piuttosto  una dittatura, un’autocrazia, o al massimo  una democrazia autoritaria. Ma nella pratica questa domanda non ha molto senso: la “democratura” di Al Sisi    ha eliminato dalla scena politica egiziana Morsi e la “Fratellanza Musulmana”, ma nel frattempo ha assicurato la maggior tutela possibile delle minoranze egiziane ,  in particolare ai copti la cui situazione sotto Morsi si era progressivamente deteriorata (conversioni forzate, uccisioni, chiese bruciate e tutto l’armamentario del salafismo militante).

Ma nel 2015 il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ha fatto qualcosa di molto più rilevante: parlando dinanzi ai vertici dell’Università al-Azhar – il maggior centro teologico del mondo sunnita – in occasione del nuovo anno e della celebrazione della nascita di Maometto, pronunciò parole molto nette sulla necessità di una vera e propria «rivoluzione religiosa». Uno sforzo diretto contro le interpretazioni dell’islam, che incitano alla violenza e alla chiusura dinanzi alle altre comunità. Al-Sisi si chiese anche come fosse possibile che la religione islamica venisse percepita come «fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione» da parte del resto del mondo. E come fosse possibile che vi fossero fra i musulmani, taluni gruppi che pensano che la sicurezza possa essere raggiunta solo eliminando gli altri sette miliardi di abitanti non musulmani del mondo.
 
Concetti di questo tipo non erano mai stati espressi  prima nel cuore di al-Azhar, dove invece da tempo si fanno sentire voci favorevoli alla tradizione islamica più rigida. Certo, le sue massime autorità “religioso-accademiche” in alcune occasioni hanno condannato gli estremismi e il terrorismo di al-Qaeda e dell’entità Stato islamico e talvolta aperto spiragli al dialogo religioso. Ma si sono sempre confinate nel rispetto formalistico della tradizione (il taqlid, l’imitazione), mostrando di essere incapaci   di muoversi da una prospettiva che non fosse islamico-centrica. E’ estremamente significativo quindi che il presidente Al Sisi abbia pronunciato giudizi molto netti anche sul questo tipo di atteggiamento, ricordando le responsabilità dirette degli ulema e dei giurisperiti religiosi rispetto alla diffusione del radicalismo e dell’intolleranza verso le minoranze sempre più diffuso nel mondo islamico.
Naturalmente tutti, a cominciare da Al Sisi, dovevano aspettarsi una reazione dalla Fratellanza musulmana. La Fratellanza non si è mai astenuta da atti di violenza. Nel dicembre 1948 uccise il primo ministro egiziano Mahmud Al Nukrashi; il 6 ottobre 1981, assassinò il presidente Anwar Al Sadat.

Questa volta probabilmente la Fratellanza ha pensato ad una reazione più articolata, rivolta a indebolire il presidente egiziano, isolandolo il più possibile sulla scena internazionale e quindi rendendo più facile colpirlo successivamente.

L’uccisione di un giovane dottorando italiano, onesto e intelligente, e probabilmente abbastanza inviso alle autorità egiziane per le sue ricerche “scomode”, Giulio Regeni, è stata l’occasione d’oro per colpire Al Sisi e le tradizionale amicizia dell’Egitto con l’Italia.

Giustamente l’Italia non poteva (e non può) passare sotto silenzio questa tragedia, segnata dall’estrema dignità della famiglia che chiede solo di conoscere la verità. Credo che il nostro Ministero degli Esteri e l’autorità inquirente italiana abbiano fatto e stiano facendo tutto il possibile per arrivare a quello che i genitori di Giulio Regeni e l’opinione pubblica italiana domandano.

Im questo compito però disgraziatamente gli italiani  non hanno trovato il sostegno  di coloro che avrebbero dovuto essere i principali partner dell’indagine,  la polizia egiziana e l’università di Cambridge, sotto la cui autorità Regeni si era recato in Egitto per svolgere i suo dottorato. 

La polizia egiziana ha fornito in rapida successione un vasto numero di versioni discordanti (omicidio per rapina, rapimento per ottenere un riscatto, omicidio per ragioni personali, vendetta, gelosia, ecc) ed estremamente poco credibili della tragica vicenda, in compenso non ha messo a disposizione molti dei documenti essenziali che le erano stati richiesti.

Ma ancora più singolare è stato  il comportamento delle autorità accademiche inglesi- e in particolare della sua tutor, la professoressa Maha Abdul Rahman-  che si sono rifiutate di dar seguito alle richieste degli inquirenti italiani relativamente alle modalità di ricerca che erano state concordate e alle misure di protezione prese per cautelare il dottorando in un settore di ricerca considerato potenzialmente  “pericoloso”.   Certo un comportamento di questo tipo accredita anche l’ipotesi che Regeni “sia stato venduto da qualcuno che sfruttava i suoi report  sui sindacati egiziani”.

 In assenza di troppi elementi di fatto, sulla uccisione di Giulio è possibile fare soltanto un ventaglio di ipotesi, che saranno verificabili solo in futuro.

Certo non sembra infondato ipotizzare che agenti (o ex agenti) delle forze di sicurezza    appartenenti alla Fratellanza potrebbero avere commesso il crimine al fine:  

1) di mettere in difficoltà il governo egiziano di fronte all’opinione pubblica internazionale 

2) di destabilizzare i rapporti tra Italia ed Egitto.

Ed è persino strano che il mondo giornalistico italiano, che pure ha avuto nel passato  l’esperienza dei “corpi separati dello stato” e dei “servizi segreti deviati”,  non abbia  pensato  che soggetti di questo genere potessero  esistere anche in Egitto.
Intanto sulla destabilizzazione dei rapporti italo- egiziani gli assassini di Giulio qualche risultato lo hanno già ottenuto:  la commissione esteri del Senato ha votato una norma che sospende le cessioni di materiali di ricambio per  gli aerei F16 all’Egitto:

La seconda ipotesi, molto più sgradevole e pericolosa della prima, è quella “golpista”, e cioè che questi delinquenti fossero manovrati da ambienti della politica egiziani vicini al presidente che desiderano rovesciarlo. 

La terza ipotesi, molto più sgradevole e  pericolosa delle prime due, è quella “internazionale” , e cioè che dei delinquenti legati alla Fratellanza musulmana , e in qualche modo  vicini a degli ambienti di governo ostili a Al Sisi, siano stati infiltrati e manipolati  da agenti di servizi stranieri  per i quali sgombrare il campo egiziano dagli “amici italiani” era un obiettivo di importanza primaria.

A titolo di esempio si può solo ricordare che in un passato non troppo remoto anche  le Brigate Rosse italiane erano notoriamente infiltrate , e non da agenti della Cia, del Mossad, o del KGB, come veniva sussurrato. Intanto sarebbe meglio per il caso di Giulio  Regeni  non parlare di “omicidio di stato” , ma di omicidio compiuto contro lo stato egiziano. 

LA PORTA DEI LEONI

La politica estera di Ankara: una porta girevole.

Un accordo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e la Turchia dovrebbe essere firmato in questi giorni  nella capitale italiana.  L’accordo prevedrebbe, secondo le informazioni fornite alla stampa internazionale, un programma di aiuti della Turchia al regime di Hamas, la costruzione di una centrale elettrica e di un impianto di desalinizzazione a Gaza; in più l’organizzazione terrorista islamica  avrebbe la possibilità di condurre la propria attività diplomatica dalla sede di Istanbul.

In compenso la Turchia si impegnerebbe a impedire a Hamas di svolgere la “normale” attività terroristica contro  Israele. Con molto realismo  fonti vicine ad Hamas hanno rilevato che la decisione relativa all’accordo è stata presa “più che altro nell’interesse della Turchia”.  Infatti con l’accordo la Turchia  avrà la possibilità di presentarsi nuovamente all’opinione pubblica internazionale come la vera protettrice della comunità palestinese e di recuperare  una parte della credibilità perduta nel mondo arabo. Un’azione dunque che si inserisce in quel quadro di politica “neo-ottomana” che rappresenta una delle direttrici della politica estera di Ankara.

In più un’intesa con Israele a proposito di Gaza,  secondo il disegno della presidenza turca, dovrebbe servire a mostrare  a russi e americani la  volontà della Turchia di contribuire al ristabilimento della pace nello scacchiere mediorientale.

L’accordo potrebbe essere una buona notizia per il medio oriente, se esso non avesse delle sostanziali ambiguità al proprio interno, e infatti è difficile pensare che qualcuno, persino Ankara,  possa far cessare   la attività che costituisce la stessa ragione di vita di Hamas.  

Ma soprattutto questo  accordo   tra Israele e la Turchia potrebbe essere un fatto  positivo sotto il profilo della  politica internazionale    se esso  non venisse firmato dalla presidenza di   Recep Erdogan.

Il presidente Erdogan è infatti  come tutti ricordano  l’uomo che con freddo calcolo e lucida  premeditazione ha creato l’incidente della “Freedom Flottilla for Gaza”, che ha costituito il pretesto per la chiusura dei rapporti diplomatici tra Israele e Turchia, rompendo un’alleanza strategica che durava da decenni.   

Ma se da un’analisi  dei rapporti bilaterali israelo-turchi  ci si sposta ad una visione complessiva dell’azione  della presidenza Erdogan il quadro non migliora affatto. La leadership erdoganiana  è quella che ha reintrodotto  il velo in Turchia nell’ambito di un generale processo di “clericalizzazione” strisciante del paese; è  quella che reprime con violenza  i diritti della comunità Lgbt, persino quello di manifestare;  è quella che con estremo cinismo ha approfittato della lotta contro l’entità “Stato islamico” per bombardare i combattenti Kurdi del partito kurdo siriano (YPG, Unità di protezione popolare) che contro lo stato islamico stanno realmente combattendo, e allo stesso tempo  per bombardare  i villaggi kurdi di confine sotto il pretesto della presenza di elementi del Partito dei Lavoratori Kurdi (PKK).  E’ la presidenza che ha soffocato ogni voce  all’opposizione politica; che  ha distrutto la libertà di informazione  con il sequestro dei giornali e l’incarcerazione delle firme più rilevanti del  giornalismo turco.

La Turchia di Erdogan è anche quella  che, a distanza di cento anni,  si rifiuta di riconoscere di aver commesso un  genocidio degli Armeni. Francesco nel suo recente  viaggio a Erevan ha ricordato con estrema fermezza che il genocidio armeno è stato il primo dello scorso secolo, quello che è servito alla germania nazista come modello da emulare e superare per distruggere il popolo ebraico; e insieme con lui  i Rom e i Sinti.

Ma per il  presidente Erdogan le parole di Francesco, che ha avuto ancora una volta  il coraggio di chiamare lo sterminio degli Armeni con il suo nome, genocidio,   “sono state solo quelle di un crociato”.  

E così anche le colombe lanciate verso il territorio turco  da Francesco insieme con il  Catholicos di Armenia, potranno  avere un senso importante per la riconciliazione e la pace tra i due paesi -Armenia e Turchia - solo se la Turchia troverà la forza di riconoscere  il Grande male che ha commesso.   

Non credo che il Capo del Consiglio di Sicurezza di Israele, Yakoov Nagel, abbia bisogno delle analisi di centri di ricerca indipendenti  per gestire questo (improbabile) “nuovo”  alleato turco per quanto riguarda settori  estremamente sensibili , come la  ripresa di esercitazioni militari congiunte e  la condivisione delle informazioni relative alla sicurezza.  

Ritengo  che una personalità del valore e dell’esperienza del  generale Nagel abbia ben presenti i giudizi che sulla affidabilità del presidente turco ha espresso in diverse occasioni  la comunità internazionale, ma in particolare   l’ex alleato di Erdogan, il politologo e imam turco Muhammed Fethullah Gülen,  che ormai da anni vive negli Stati Uniti sotto una incombente minaccia di morte.

LA PORTA DEI LEONI

Brexit! Brexit!

Non credo che nessuno in Europa  dovrebbe esultare per l’uscita della Gran Bretagna dalla Casa  Europa. Meno che mai l’Italia che aveva dato un’importante appoggio per il suo ingresso nella CEE durante tutti i negoziati (1971-1973). Comunque  è opportuno ricordare che quello con l’Europa non è stato un matrimonio d’amore. “L’ingresso” del Uk nelle istituzioni comunitarie avvenne soltanto dopo aver tentato di contrapporre alla CEE una zona di libero di scambio, EFTA (1960, che si rivelò sotto il profilo economico un clamoroso fallimento. 

Nel caso del voto inglese del 23 giugno scorso  verrebbe spontaneo  dire che hanno prevalso considerazioni “di bottega”, ma in realtà si tratterebbe di  un’analisi superficiale. Sotto il profilo economico  Londra ha già cominciato a subire delle perdite e continuerà a subirle nel corso di tutto il negoziato per la rottura dei vincoli comunitari, ma gli inglesi, abbondantemente informati dai loro commentatori politici e dai loro analisti finanziari,  non potevano non saperlo.  La protesta che si è espressa attraverso il voto inglese ha un’origine più complessa.

In primo luogo è stata una protesta contro la classe politica inglese nel suo insieme; Severgnini con un giudizio di estrema sintesi ha notato  che i (giovani) inglesi hanno trovato sul proprio cammino leader goffi (David Cameron), leader irresponsabili (Jeremy Corbyn), leader cinici (Boris Johnson).     

In secondo luogo questo voto ha rappresentato una protesta  della periferia, isolata in regioni un tempo industriali -come sottolinea Fubini- contro la città di Londra.

E infine alla base di tutto vi è stato un terrore per un futuro senza garanzie, soprattutto nelle classi di età più anziane e meno acculturate,  che ha formato una miscela esplosiva con un innato senso di superiorità britannico.  

Si domandava  tempo fa uno storico sociale: “Se tu fossi per esempio una persona di 59 anni, che abita in uno dei  vecchi distretti minerari inglesi , uno che è stato espulso dal mondo del lavoro da quasi venti anni, che vive di sussidi, che ha avuto la famiglia distrutta  da un “divorzio da disoccupazione”,  come credi che voteresti, per la Brexit, o per rimanere in Europa?

Evidentemente non c’è in questa narrazione alla Ken Loach nessun riferimento all’Europa,  ma la risposta è racchiusa  in un grande rancore verso una classe dirigente che non ha saputo alleviare,  con degli ammortizzatori socio-economici adeguati,  traumi e ingiustizie.

Londra è il secondo obiettivo  di questo rancore, è “Londra la ricca”, la babele  multicolore e multiculturale, dove il denaro è facile e gli stipendi sono alti per tutti (altro mito da sfatare); dove uno straniero (un italiano per esempio) ha potuto costruire un impero alberghiero e diventare anche baronetto, mentre tante persone di “pura estrazione britannica” devono vivere ai margini della società,  di stenti e di espedienti.

Ma anche i campi di profughi e di disperati di Calais, con la loro indicibile volontà  di infrangere  qualsiasi barriera, fisica e giuridica,    hanno avuto la loro parte nel voto per la Brexit . Il terrore provocato da queste immagini ha avuto l’effetto di sgombrare il campo da qualsiasi senso di solidarietà umana, gli immigrati di ultima generazione sono quelli che hanno dimostrato la minore compassione umana nei confronti di questi possibili nuovi immigrati.   

Accanto a queste componenti non può essere trascurata quella legata alla crescita,  che si è verificata praticamente dappertutto , di una destra populista e isolazionista, estremamente aggressiva, spesso violentemente antisemita. Una destra  che riesce a raccordarsi con una estrema sinistra populista e trova continuamente nuovi argomenti nella crisi economica globale.

Ma non sarebbe utile un’analisi del voto inglese senza una critica profonda di quello che è stata l’Europa negli ultimi anni, un sistema burocratico senz’anima, Tecnocratico soltanto nel migliore dei casi, che si è occupato molto degli standard delle viti e delle carote e assai poco di creare una cultura comune.

Nelle istituzioni europee -sia detto per inciso- nel corso di tutti questi anni  i burosauri inglesi si sono rivelati costantemente i peggiori, inflessibili  nelle loro posizioni autoritarie, chiusi alle richieste di chiunque non fosse un suddito di sua maestà e non si rivolgesse a loro in un perfetto inglese.

Non è la fine dell’Europa, ma se la Gran Bretagna si è riappropriata dell’indipendenza come dice farage, l’Europa deve riappropriarsi dei propri sogni: deve pensare a darsi delle istituzioni politiche come voleva Altiero Spinelli.  Se l’Europa non vuole essere finita deve operare per avere  un solido sistema di sicurezza comune,  che non sia limitato allo scambio di qualche utile informazione tra i servizi.   Deve darsi finalmente una costituzione che sia centrata sui valori giudaico cristiani, sull’umanesimo  democratico socialista e non sullo sfrenato liberalismo.  Penso che sarebbe meglio essere in 15 anziché in 27 e avere tutte queste cose (la Costituzione, i valori condivisi, un progetto, una   cultura comune,  la sicurezza)  piuttosto che essere in tanti con l’egoismo della Polonia, dell’Ungheria, della Slovacchia, che dall’Europa hanno ricevuto così tanto e hanno dato all’Europa così poco. Molto probabilmente un nuovo partner valido e affidabile potrebbe essere la Scozia che ha vissuto molto male la brexit, e alla quale sarebbe il caso di offrire un ingresso nella Casa Europa il più vantaggioso possibile.

Per  quanto riguarda la Gran Bretagna è opportuno che gli inglesi si convincano che le porte della Unione, non sono porte girevoli. . E’ da sperare soltanto che il divorzio avvenga nei tempi più brevi, senza acrimonia, ma anche senza particolari facilitazioni da parte europea. Non è stato, come si scriveva sopra, un matrimonio d’amore, semmai l’amore c’è stato solo da parte dell’Unione Europea che ha accettato di tutto purché gli inglesi non se ne andassero via: una lezione appresa.

LA PORTA DEI LEONI

Jo Cox non doveva morire

Se oggi, a un giorno di distanza dal referendum  per l’uscita del Regno Unito dall’Europa, la cosiddetta Brexit, dovessero chiedermi un parere meditato e scientifico su come andrà a finire non saprei cosa rispondere. Ma se mi dovessero chiedere di scommettere personalmente cento euro, scommetterei  per la permanenza nell’Unione Europea.

Molti gruppi di pressione si accalcano dall’una e dall’altra parte. L’agricoltura inglese vive praticamente delle sovvenzioni europee, e vive nel terrore che possano cessare. Il nazionalismo scozzese ha gìà fatto sapere che  ad un’uscita della Gran Bretagna dall’Europa potrebbe far seguito un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese, e l’adozione dell’Euro da parte della Scozia.

Il management delle grandi corporation transnazionali  ha preso le prime contromisure, acquistando degli immobili a Parigi, o almeno delle opzioni d’acquisto  nel caso che la Brexit dovesse avvenire.

Le grandi comunità bengalesi e pakistane si sono invece schierate apertamente per la Brexit, con la motivazione che con l’uscita della Gran Bretagna si verificherebbe una massiccia andata via degli “europei” e quindi l’apertura di nuove possibilità di impiego e di affari per i “veri britannici” di estrazione asiatica. Questa idea non è priva di un certo fondamento. E’ chiaro che una quantità di giovani europei  (tra i quali molti  italiani) se ne andrebbero da Londra, e dunque una parte delle mansioni  che svolgono potrebbero essere ereditate dagli asiatici,  ma è anche probabile che con l’uscita verrebbero a mancare molti dei flussi economici derivanti  dal turismo.

A favore dell’uscita si sono schierati anche i grandi gruppi finanziari qatarioti e emiratini che pensano di proseguire la colonizzazione silenziosa della città di Londra (“Londonistan”) e di fare anche dei buoni affari nel settore immobiliare, comprando dalle immobiliari europee a prezzi di svendita. Sempre parlando di immobiliari che stanno facendo politica non si può sottovalutare il ruolo svolto  dalla lobby parigina  che spera di uscire attraverso la Brexit dallo sboom degli ultimi anni. (20-30%)

Tutta la campagna è stata condotta comunque all’insegna del “cosa è più conveniente per noi”, dove questo “noi” indica di volta in volta la nostra corporation o il nostro gruppo sociale o etnico . E le motivazioni egoistiche  a favore del “ce ne andiamo” sembravano più  forti di quelle  per il “restiamo”.

E’ mancato qualunque accenno al valore spirituale, culturale e intellettuale dell’idea d’Europa, alla pace che l’Europa ha portato per oltre 70 anni in un continente dove normalmente ogni venti, trent’anni si svolgevano guerre sanguinose. Si sono sentiti urlati o sussurrati solo degli accenti razzisti, sono stati espressi in forma parossistica i terrori per i flussi migratori provenienti dall’Europa

Tutto questo fino a quando tre giorni fa, un fanatico delinquente appartenente alla destra ultranazionalista   ha ucciso una giovane deputata del Labour Party, Jo Cox, che conduceva in modo molto civile la sua campagna contro l’uscita del Uk dall’Unione Europea. A questo punto, dopo una breve pausa della campagna referendaria,  in omaggio alla deputata uccisa, la discussione è ripresa su un piano di maggiore civiltà e le sorti della tesi della permanenza hanno cominciato a risalire. Il primo ministro conservatore, Cameron, ha sottolineato che l’uccisione della Cox rappresenta una tragedia per l’intera politica inglese. Ma la nota di Downing Street tutta centrata sul fatto che la Cox era una donna “premurosa” e che aveva dei bambini ancora piccoli, non sembra avere colto il centro del problema.

A parte l’orrore per il fatto che sembra ormai necessario uno spargimento di sangue perché la gente  si accorga del superamento dei limiti e ripristini una dialettica delle idee al posto di quella della forza  delle armi, i sintomi che emergono dal contesto della politica inglese non sono buoni.

L’elezione alla guida del Partito Laburista   di Jeremy Corbyn  nel settembre 2015 ha rappresentato un avvenimento  grave ed estremamente negativo per la democrazia e per la pace. Corbyn per chi non lo ricordasse è il personaggio che aveva pubblicamente menzionato i terroristi di Hamas e Hezbollah come degli “amici”.

Dal momento in cui Corbyn è stato eletto nel Labour le dichiarazioni “antisemite” e quelle “violentemente antisemite” sono diventate un fatto quotidiano all’interno del  partito. E’ stato addirittura creato uno strumento per misurare il tempo trascorso dall’ultimo incidente antisemita in seno ai laburisti .  L’onorevole Naz Shah (nomen omen) ha autorevolmente dichiarato che sarebbe opportuno che tutti gli ebrei israeliani - la maggioranza degli ebrei del mondo -    venissero deportati negli Stati Uniti.

A soccorso di Naz Shah è intervenuto un vecchio amico di Corbyn, l’ex sindaco laburista  di Londra Ken Livingstone, che in una trasmissione televisiva ha affermato che “hitler era egli  stesso un sionista”, e così ripetendo in modo popolare le tesi del negazionista Irving.

Se questo è il quadro dei valori espressi  dalla politica inglese qual è il patrimonio ideale che essa con o senza Brexit può portare all’Europa?

 

LA PORTA DEI LEONI

Orlando: una strage, quattro problemi

Nelle strage compiuta due giorni fa a Orlando da Omar Mateen si intrecciano quattro diversi ordini di problemi ognuno dei quali richiederebbe  una analisi specifica; ma nessuno di questi problemi -è bene sottolinearlo subito-  è di facile soluzione.

1)  La strage è stata compiuta in un locale gay, le quarantanove persone uccise appartenevano alla comunità gay.

2) Chi ha compiuto la strage era una persona di religione musulmana  che nel compiere il massacro  ha dichiarato la propria fedeltà allo Stato islamico.

3) Il massacro è avvenuto con un’ arma da guerra venduta e acquistata conformemente alle norme dello stato della Florida.

4) Lo stragista era da anni noto alle autorità di  polizia per le sue frequentazioni, ma non era sotto sorveglianza,

Il primo problema che si prospetta è dunque quello del crimine per odio (hate crime). In questo caso si tratta di una esplosione terribile, violenta e incontrollabile di omofobia. Non è possibile in questo contesto compiere un’analisi delle motivazioni   che qualcuno potrebbe definire una  “psicanalisi da supermercato”.

Si può solo rilevare che l’omofobia non può essere superata soltanto per mezzo di leggi repressive. Occorre piuttosto un’opera capillare che parta dalla politica per estendersi  a tutto il mondo della scuola e delle comunicazioni di massa. Non è facile, ma almeno in Occidente è possibile. Iniziare un’azione in questo senso potrebbe essere più gradito agli stessi ambienti gay  che generiche dichiarazioni di vicinanza o di  simpatia.

Il fatto che a compiere la strage sia stato un musulmano, sedicente adepto dello Stato islamico,  è un dato rilevante che non deve essere sottovalutato come ha fatto Obama , ma neppure sopravvalutato come ha fatto Trump per formulare una condanna in blocco e senza appello di tutto il mondo islamico. Nei paesi islamici dove l’omosessualità è condannata, e talvolta punita con la morte, è chiaro però  che sono le stesse istituzioni religiose e civili  a favorire nella popolazione  un sentimento violentemente omofobico.

In questa situazione sarebbe opportuno che la comunità internazionale e le stesse organizzazioni internazionali facessero delle adeguate pressioni sugli stati che mantengono questo atteggiamento, perché esso venisse superato. Si oppongono però delle ragioni “forti” di opportunismo economico: gli approvvigionamenti energetici, gli scambi internazionali e  gli investimenti  provenienti da alcune piazze finanziarie significative del mondo arabo,  impediscono nella realtà l’introduzione di clausole relative ai diritti della persona nel corso di negoziati politici e economici. E nei diritti della persona evidentemente non sono compresi soltanto i diritti dei gay, ma anche i diritti della donna, i diritti degli appartenenti alle minoranze religiose e culturali.

Ma, come è stato rilevato da alcuni intellettuali arabi, un processo di riforma religiosa, cioè una lettura attualizzata  dei testi sacri,  non può che  partire dall’interno del mondo islamico  e consentire quel reale ingresso nel mondo moderno che non deve  essere limitato all’utilizzo degli strumenti della tecnologia.  E anche questo non è un obiettivo  che può essere  conseguito con facilità e in tempi brevi.

Il massacro di Orlando è avvenuto, come si diceva all’inizio, con l’impiego di armi da guerra in senso stretto, pur nel pieno rispetto della legge sul commercio delle armi. L’ordinamento costituzionale americano (Secondo emendamento alla Costituzione) prevede tra i diritti garantiti ai cittadini quello di possedere e portare armi. Naturalmente questo diritto è sentito ed esercitato in modo diverso dai cittadini dei singoli stati, quindi qualsiasi riforma costituzionale in senso restrittivo darebbe luogo a una reazione diversa dell’opinione pubblica.

D’altra parte,  mentre il presidente americano ha attribuito gran parte della responsabilità della strage di Orlando  alla  straordinaria diffusione delle armi da fuoco  sul territorio dell’Unione, diversi commentatori hanno fatto osservare che stragi e massacri che indubbiamente sono da ascrivere alla categoria dei “crimini di odio”  sono stati compiuti con mezzi diversi dalle armi da guerra, autobombe, cinture esplosive, coltelli, automobili lanciate sulla folla.

Di difficile soluzione non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo occidentale è anche il problema della sorveglianza costante di coloro  che per qualche motivo sono entrati in tempi precedenti nelle liste delle persone potenzialmente pericolose. Come la strage di Orlando, quella del supermercato kasher di Parigi,  quella di Charlie Hebdo, quella del Bataclan sono state compiute da persone sulle quali esistevano dei dossier preparati dalla polizia.

Gli individui  che dovrebbero essere controllati in maniera costante continuano ad aumentare secondo un andamento che si potrebbe definire esponenziale, ma si tratta di una missione praticamente impossibile. Infatti in tutti i paesi severi vincoli di bilancio impediscono di aumentare  il personale che dovrebbe eseguire questi controlli.  Forse una migliore formazione del personale di polizia, che oggi sembra più addestrato a reprimere il crimine tradizionale,  che culturalmente formato ai suoi nuovi compiti, potrà risolvere una parte del problema. Così come un reale scambio di informazioni tra agenzie di  sicurezza dei diversi paesi  (per esempio tra Francia e Belgio) forse avrebbe potuto evitare alcune stragi. Ma anche questa via non sembra facile né agevole.

 














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Giorgio Pacifici, è un sociologo italiano di formazione europea. Ha svolto e diretto ricerche, e insegnato in diversi paesi: Europa, Asia, America Latina. L’interesse principale di Giorgio, è rivolto ai fenomeni del cambiamento e della trasformazione, fenomeni che costituiscono i fattori unificanti del suo lavoro sociologico. La metodologia di Giorgio è essenzialmente interdisciplinare, con l’associazione alle proprie ricerche di studiosi e ricercatori di diversi paesi, discipline, fedi religiose. Negli ultimi anni Giorgio ha sviluppato uno specifico interesse per la società del subcontinente indiano con una lunga ricerca sulla città di Delhi, (Giorgio Pacifici e Ugo Pacifici Noja, La città dalle sette vite. Sociologia di Delhi, Fontanadi Trevi Editore, Roma, 2013) e per i problemi attinenti al mutamento dei valori e degli anti valori nella società contemporanea (Giorgio Pacifici, Le maschere del male. Una sociologia, Prefazione di Furio Colombo Franco Angeli editore, Milano 2015).

 

Furio Colombo, Prefazione. Meno male
Introduzione
(Il problema del male in generale; Perché una sociologia del male;
Sommario degli interventi e dei contenuti)

Parte I. Giorgio Pacifici, La macchina di cui non si può pronunciare il nome
Epoche
Parte II. Il male nel tempo presente
Michael Blain, Power, Victimage Ritual, and Terrorism
Laura Dryjanska, Le nuove schiavitù e il traffico umano
Ugo G. Pacifici Noja, Alexandre Aidara, Il male: un sistema antigiuridico
Vittorio Pavoncello, Live/Evil il palindromo del futuro?
Pieraugusto Pozzi, La macchina è antiquata
Adriano Purgato, Il male e l'esperienza perversa