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IL PUNTO DI  VISTA

   

 

  ANNAMARIA MEONI  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Quale follia: Gino Rossi un grande artista.”

di : Anna Maria Meoni

 

 Gino Rossi (Venezia, 1884 - Treviso,1947) è forse l’artista italiano più importante del primo novecento. Costantemente impegnato in un’attenta ricerca artistica che è purtroppo rimasta interrotta dalla grave malattia neuropsichiatrica che ha ostacolato, con cecità e disturbi della memoria, la sua possibilità di esprimersi compiutamente dal punto di vista figurativo.  All’esordio dei sintomi fu diagnosticata una schizofrenia e alla morte una demenza da encefalopatia luetica. La sua storia umana e clinica, densa di drammi e interrogativi propone il tema della potenza, positiva o negativa, della follia nell’arte. La follia accende l’arte o la spegne ?  

 

“buon segno,ottimo destino la pazzia. Anche Van Gogh era pazzo:vedeva luci dappertutto: luci come mostri, luci come incubi, sempre un’altra luce più folgorante e spettrale”

 L’osservazione del critico d’arte “ottimo destino la pazzia” è un’assonanza superficiale ma è innegabile la coincidenza in questi due grandi pittori.  L’interrogativo si pone per la ricca letteratura, che in tema di arte e follia, assimila l’espressione figurativa artistica all’espressione  dell’inconscio.

Come Vincent Van Gogh era malato e artisticamente impegnato in una ricerca creativa che segue temporalmente l’impressionismo. La malattia  ha presentato sintomi psichiatrici (deliri e allucinazioni) connessi a lesioni organiche della sistema nervoso centrale, sintomi erroneamente ritenuti sintomi di malattia mentale. Entrambi i due artisti hanno sofferto di disturbi allucinatori su base organica che, si dovrebbe presumere, impediscano una compiuta espressione artistica, più di quanto la possano facilitare. La  biografia di Gino Rossi, a tratti incerta e lacunosa, è integrata dalla ricchezza del suo epistolario e del ricordo narrato dei suoi amici. Il  diario clinico del lungo ricovero in Ospedale Psichiatrico è ricco di apparenti contraddizioni.

Vero è purtroppo che i disturbi della percezione visiva, quasi costanti e derivati in Rossi da lesioni cerebrali da infezione luetica, transitori ma frequenti in Van Goh derivati da epilessia, sono disturbi visivi estranei a sé stessi, che generalmente portano grande sofferenza emotiva al paziente e che talvolta ne provocano inabilità.

         Entrambi saranno rivalutati come Artisti solo dopo la loro morte, anche se il processo di rivalutazione di Gino Rossi e delle sue opere, penalizzato da elementi sociali e storici tutti italiani, ancora richiede migliore attenzione. Entrambi hanno tenacemente portato le loro sperimentazioni fino in fondo e controcorrente, mai gratificati dalla eccellenza professionale della quale erano entrambi molto dotati. Entrambi autentici pittori professionisti di scuola tradizionale erano in grado di scegliere la tecnica più adatta ad esprimere la loro ricerca artistica con la tenacia e il coraggio di rimanere fedeli a se stessi anche quando si rendevano conto di essere “contro corrente”.

Allucinazioni e deliri sono i sintomi fondamentali della Follia, anche se spesso si dimentica che ci sono almeno due Follie. C’è la follia dove la sintomatologia allucinatoria e delirante origina in precise lesioni del tessuto nervoso o in alterazioni della trasmissione dell’impulso nervoso: è questo il caso delle demenze organiche o delle epilessie o delle assunzioni di sostanze allucinogene. C’è una follia dove la sintomatologia allucinatoria e delirante non origina apparentemente da qualcosa oggettivabile e riconoscibile:è questo il caso della schizofrenia.

         Molteplici esperienze di Arte Terapia mostrano che un processo creativo non sempre produce  Arte o Artisti, anche se talvolta può rivelare talenti. Le esperienze di Arte Terapia, che più opportunamente si dovrebbe definire terapia espressiva, dimostrano un valore psicoterapeutico della stimolazione del processo creativo, che è clinicamente evidente ed è supposto, dal punto di vista psicodinamico, in collegamento con una regressione caotica precreativa, che, nel prodotto, ricompone le parti scisse e  va ad indurre un cambiamento, anche se non consapevole, verso una migliore integrazione del Self. Una migliore integrazione delle funzioni psicologiche può provocare un miglioramento sintomatologico o favorire, una sintesi “magica”, ma non certo automaticamente un’opera d’arte.

La sperimentazione del caos precreativo è fenomeno naturale psicologico che è condiviso da artisti e non artisti, così come l’inconscio universale condivide in tutti, artisti e non artisti, immagini figurative primordiali, definite elementi mitopoietici o archetipi, che rappresentano una comunicazione meta simbolica, senza confini di tempo e di luoghi, che è sempre riconoscibile anche in un opera d’arte. 

         Appare pertanto di dover così concludere per una possibile coesistenza di processi artistici e processi psicopatologici perché sostanzialmente ci può essere follia in un artista, anche se per essere artisti non necessariamente si deve essere folli. E’ comunque necessario per una compiuta esperienza creativa, sia che il prodotto sia arte o non lo sia, che si svolga un processo di integrazione delle parti scisse o un ordinamento del caos precreativo, come l’arte terapia dimostra per quella parte di significato terapeutico che le appartiene.

E’ questa situazione della coscienza, definita caos precreativo, che per alcuni tratti somiglia alla confusione mentale solo se osservata dall’esterno. Richiama l’immaginario collettivo dell’artista folle e l’idea che la follia accenda l’arte. Il caos precreativo è piuttosto un vivace processo mentale a forte dominanza intuitiva, che, per la sua intensità, produce apparente e transitoria astrazione della realtà, così come quando ciascuno è “assorto nei propri pensieri”, tanto più quanto questi pensieri toccano le corde delle emozioni. Alcuni fenomeni osservati dalla psicoanalisi, quali per esempio i sogni ad occhi aperti o gli atti mancati o i lapsus, somigliano allo stato mentale del processo creativo, perché ne condividono il basso grado di consapevolezza e di lucidità, soprattutto se confrontato con il pensiero pratico o razionale. E’ però un errore assimilarli perché ciò porterebbe a concludere, erroneamente, che l’arte è il prodotto di un conflitto intrapsichico e quindi un prodotto della follia. Di contro si osserva che alcuni artisti, proprio a causa dell’aggravarsi della loro patologia psichiatrica, non sono più stati capaci di esprimersi.

La malattia infatti sembra compromettere più la possibilità di comunicare che il processo creativo artistico. E’ questo il caso di Van Gogh, che con il suo suicidio mette fine alla sua vita e alla sua arte, e di Gino Rossi, che  cure tardive per l’infezione luetica e, data l’epoca ancora non appropriate, non hanno  guarito. Questa è la follia che spegne l’Arte.

Resta poi il problema psicologico se nelle opere d’arte possano essere riconosciute le esperienze psicologiche e psichiche soggettive dell’artista, le quali, comunque non dovrebbero essere considerate un’influenza sul processo e la valutazione puramente artistica dell’opera.(9)  Da questi aspetti è che si differenziano le storie dell’uomo e le strade precorse anche dal punto di vista stilistico.

         Gino Rossi è  uomo Artista di professione che in un preciso momento della sua vita si è ammalato e che ha avuto grandi dolori e esperienze traumatiche precedenti al conclamarsi della malattia. L’esame delle sue qualità d’artista e della sua storia creativa pone invero molti problemi connessi all’influenza che la sua follia ha avuto sulla espressione della sua arte. La biografia lacunosa non consente di individuare l’inizio della sua malattia. Vi è ragione di ritenere che le condizioni di salute fossero buone fino al 1904 e che già dal 1908 al 1916 qualcosa possa essere accaduto, forse  con il primo contagio della infezione luetica, che poteva lasciare presagire, ben donde, l’inevitabile destino.

 “la pittura di Rossi lo porterà dritto al manicomio”

(affermazione di Arturo Martini 1908-1916 )

 L’infezione Luetica era allora molto frequente e l’esperienza insegnava quali fossero le terribili conseguenze, anche se dopo molti anni anche decenni.

Nel periodo intorno al 1923 finisce l’attività organizzata e costante dell’Artista e l’uomo scrive all’amico:

“ La mia mente non pensa più…ho finito di essere Gino Rossi…la mia situazione è disperata…la mia testa è stanca “

(lettera a Barbantini 1923 )

                  Se questo è veramente l’inizio della sintomatologia mentale che lo porterà alla morte progressivamente nel 1947 per miocardite luetica si può ragionevolmente datare la prima infezione luetica e il primo contagio intorno al 1912, comunque tra il primo e  il  secondo viaggio a Parigi.

         Un immaginario collettivo conferiva a questa malattia venerea un significato “romantico e tragico” suggestivo del rapporto tra Amore e Morte. La biografia dell’Artista riferisce al 1912 l’abbandono da parte della moglie e un episodio, che coinvolge i coniugi, interpretato da chi lo riferisce come un tentativo di suicidio della coppia. Negli anni precedenti al richiamo alle armi, infatti, era a Burano e in tale periodo, precedente alla separazione dalla moglie, la biografia di Gino Rossi riporta un curioso episodio di suicidio per annegamento e a quella data è possibile far risalire la prima drammatica evidenza del contagio luetico, che non può non aver turbato la coppia. La sifilide, nel mondo di cultura romantica, era socialmente accettabile, nonostante la gravità dei suoi sintomi. Rimaneva la stima nei confronti delle persone colpite, quanto più intellettualmente apprezzate e delle quali si tendeva a sottovalutare la reale menomazione delle facoltà mentali. Anche il pensiero di Nietzsche fu turbato dalle complicanze tardive della Sifilide che aveva contratto, ma ancora oggi si discute se e come i disturbi mentali possano aver influenzato il suo pensiero filosofico. Vero è anche che non tutti si ammalavano di Sifilide e che il contagio di questa malattia presuppone una condotta di vita e abitudini cosiddette “libertine” compatibili con tratti di personalità premorbosa cosiddetta caratteriale, anche questa, come la follia, non certamente esclusiva di artisti, poeti o grandi pensatori.

Tutte le persone malate sperimentano una contrazione delle loro possibilità professionali tanto è vero che temporaneamente o definitivamente sono costretti a interrompere la loro attività professionale.  Anche le malattie del SNC sono sperimentate con consapevolezza delle menomazioni, come è bene evidente in Van Gogh, quando scrive al fratello, poco prima di decidere il suicidio,

 “… mi sono rimesso al lavoro, anche se il pennello mi casca quasi di mano e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho….” (1890)

 e ciò poco dopo aver dipinto le sue ultime tele.

 Qualcosa di analogo deve essere accaduto a Gino Rossi, anche se non c’è documentazione scritta di questo vissuto, ma c’è la drammatica testimonianza di prove d’autore con  frammentati e incompleti  disegni di difficile interpretazione pittorica, e la descrizione di coloro i quali osservavano l’ostinazione in composizioni di colore durante la sua lunga degenza in Ospedale Psichiatrico, quando era già quasi cieco:

 “……fu un gran giorno, quello in cui gli regalarono uno scatolone pieno di pezzi di carta variopinta. Lo visitai. Più che l’occhio, la lesione, causa della notevole diminuzione della vista, interessava la zona ottica occipitale. Destinato alla cecità, Gino Rossi godeva ancora del senso cromatico, Provava ancora, ed intensamente, il piacere della percezione dei colori. Si capiva, osservandone il lavoro, che egli stava musicando per se stesso una composizione cromatica della quale lui e lui solo comprendeva l’armonia e la bellezza…..”

  La malattia è inoltre un accadimento che turba l’equilibrio psicologico e fisico della persona.

 “…ho perduto tutto….. dovrò curare la mia salute. Sono stato curato due mesi per anemia - ma certe malattie si curano solo a casa. …ho sofferto tanta fame…tutte le sofferenze morali ….” Lettera di Gino Rossi  a Barbantini 1918

          La malattia  richiede un nuovo adattamento alle diverse condizioni che si presentano e  pone improvvisamente la persona malata in una sgradevole condizione di dipendenza per il soddisfacimento dei bisogni primari e, non per ultimo,  dei desideri. Questa è di per sé una condizione di profonda infelicità che improvvisamente si manifesta, in modo talvolta transitorio e breve, o, purtroppo, talvolta di lunga durata, quando la malattia si stabilizza senza sensibili miglioramenti. Un complesso contesto all’interno del quale le terapie, e anche i ricoveri, possono aggravare temporaneamente, o stabilmente, la condizione di dipendenza e di relativa infelicità. Si pensi alle chemioterapie o a tutti quei farmaci considerati “salva vita”: non certo perché salvano la vita una volta per tutte, ma piuttosto perché la mancanza del farmaco fa “perdere la vita”. Ancora più drammatica è la situazione quando non c’è un farmaco “salva vita” e la differenza tra le pratiche assistenziali e terapeutiche non ha più ragione di esistere.

         Per queste ragioni l’accadimento stesso della malattia, indipendentemente da quale essa sia, è inoltre riconosciuto come evento stressante e produce reazioni psicologiche di adattamento personali strettamente collegate alla situazione sociale, le quali, indipendentemente dalla malattia principale, possono diventare esse stesse malattia.

 “…tante volte mi par d’impazzire ….cammino attraverso i campi, sento suonar le ore e i grilli cantare. Mi par di vedere il giro del Piave ….”

(lettera di Gino Rossi a Giovanna 1925)

 Questa frase scritta in una lettera del 1925 ben si presta in tutta la sua drammaticità a concludere un lungo periodo di grandi difficoltà economiche, che si sovrappongono alla malattia e sono vissute in grande solitudine esistenziale dopo il ritorno dalla prigionia.

Un anno dopo nel 1926 sarà ricoverato in Ospedale Psichiatrico dove clinicamente sarà riconosciuta quella “demenza” che si stava manifestando, ma non sarà riconosciuta l’etiologia luetica. Infatti la diagnosi di ammissione è di “Demenza Precoce”, che significava all’epoca “Schizofrenia”. Il diario clinico precisa che il paziente riferisce di essere sifilitico, ma un test diagnostico negativo per la sifilide non lo conferma anche se l’esame neurologico evidenzia un ritardo del riflesso pupillare iniziale, modestissimo segno neurologico di un disturbo visivo centrale, che nel corso degli anni lo porterà ad una completa cecità. Molti  sintomi psichiatrici e scarsi  sintomi neurologici del quadro psicopatologico hanno orientato verso una diagnosi di schizofrenia, poi sconfermata dal decorso della malattia, che vede comparire e prevalere nel tempo, la sintomatologia neurologica, dallo strabismo alle crisi epilettiche ai collassi cardiocircolatori, a scapito della sintomatologia psichiatrica fino all’esito per miocardite luetica nel 1947.

Poco si può comprendere dal trattamento farmacologico al quale sarebbe stato sottoposto in Ospedale Psichiatrico, perché, come forse non tutti sanno, prima della morte di Gino Rossi non erano ancora disponibili gli psicofarmaci. Troviamo invece negli ultimi due anni il trattamento specifico per la sifilide con cicli di bismuto e mercurio, solo quando la sintomatologia cardiovascolare e neurologica non lascia più dubbi sulla eziologia della sua malattia. Non è dato di sapere se sia stato sottoposto ai trattamenti psichiatrici sedativi diversi dagli psicofarmaci, ma verosimilmente non è accaduto. Era infatti descritto come  paziente sostanzialmente tranquillo, né violento né disturbante, piuttosto assai “disturbato” da errate sensazioni visive e percettive. Dai diari clinici si può evincere l’assenza di provvedimenti di contenzione fisica accanto ad una disarmante assenza di trattamento morale o psicoterapico.

I sintomi, allucinazioni egodistoniche, anche se persecutoriamente interpretate, sono perfettamente compatibili con una degenerazione del tessuto nervoso cerebrale ad eziologia vascolare, quale è la neurosifilide,  oggi omologabile dal punto di vista sintomatologico a una demenza da arteriosclerosi cerebrale. La neurosifilide, sempre a evoluzione demenziale, presenta una comparsa variabile dai 3 anni a 3 decenni dall’iniziale  contagio e può essere attivata da condizioni di stress psicofisico, quale è stato per Gino Rossi il periodo della prigionia e ancor più l’indigenza dopo il congedo: dal 1919 al 1925. Nel 1925 quando perde ogni speranza sono complessivamente 8 ininterrotti anni di stenti dall’inizio della guerra.  

         Un dopoguerra drammatico per tutti aveva colpito  Gino Rossi, reduce dalla prigionia in campo di concentramento, nel 1919 già contagiato e come tutti all’epoca non curato dalla sifilide perché non si conoscevano gli antibiotici.

         Il dopoguerra è sempre più terribile per i reduci dalla prigionia che di fatto vengono sommersi da una solitudine esistenziale tanto più psicologicamente insopportabile, quanto più confrontata con le speranze coltivate nella prigionia, quelle speranze che hanno salvato loro la vita in circostanze drammatiche.

         Un’altra frase dalle lettere di Gino Rossi può illuminare sulle sofferenze descritte dai reduci, che pur tuttavia sono sofferenze patite in gruppo:

 “...non potersi mai isolare col pensiero! Vivere in mezzo alle continue risse dei compagni di fame (1918)

 Sofferenze che paradossalmente possono risultare, a paragone, più sopportabili e superabili di quelle patite nella solitudine del rientro, dove nessuno  aiuta o non può aiutarti e non c’è più il conforto di essere “compagni” seppur drammaticamente “di fame”. Ricorre frequente questo vissuto, spesso poco compreso, per esempio, negli ebrei reduci dei campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale.

 Il drammatico dopoguerra di Rossi storicamente si chiude per aprirsi quasi subito nella seconda grande guerra, guerra dalla quale Gino Rossi sarà protetto proprio dall’Ospedale Psichiatrico, nel quale era definitivamente ormai ammesso con la presunta diagnosi di Schizofrenia.

Quando l’Ospedale Psichiatrico di Treviso ha accolto Gino Rossi il Manicomio era una istituzione assistenziale e scientifica più che avanzata, anche se a paragone di oggi molto arretrata. Basti solo pensare che non erano stati scoperti gli psicofarmaci e antibiotici, né i mezzi diagnostici che tanto contributo oggi danno sia alla soluzione dei sintomi così come alla diagnosi differenziale. I trattamenti psicoterapici e morali si affacciavano timidamente e non erano ancora una buona pratica istituzionale. Troviamo ancora nelle affermazioni di Gino Rossi dagli amici riferite, un’osservazione che precorre i tempi di quella che sarà nel 1978 la legge di abolizione dei Manicomi:

 “Caro lei, a stare con i matti e con i pellagrosi, se uno non è matto ci diventa” 1933

          Infatti la consapevolezza culturale e sociale ha maturato, attraverso l’esperienza, che la segregazione comporta più patologia d’ambiente, di quanti vantaggi assistenziali possa realizzare. Da questo, senza negare i bisogni assistenziali, oggi in generale, e quindi anche in psichiatria, la società si è dotata di doverosi servizi assistenziali e terapeutici a domicilio. Se tali servizi oggi ancora non funzionano sempre in modo appropriato, ora come allora poteva non funzionare il Manicomio, ma c’è un cambiamento fondamentale dell’idea sociale oggi indiscussa per legge convinzione scientifica, che la frase di Gino Rossi perfettamente esprime e anticipa. Vivere in ospedale non aiuta a guarire e il tempo del ricovero deve essere limitato allo strettamente indispensabile.

         Il ricovero di Gino Rossi per tanti lunghi anni è stata la sua seconda prigionia, una prigionia che l’ha protetto dalla sua miseria grande e dalla seconda guerra ancor più tragica della prima guerra, che aveva direttamente e drammaticamente sperimentato.

 

Lo stress e la limitazione della libertà personale clinicamente comporta due diverse conseguenze e patologie psichiatriche secondarie. Si distinguono le  Reazioni di Adattamento e le  Sindromi Post Traumatiche da Stress.

         Molti e diversi, possono essere gli agenti che provocano stress in un individuo, e solo in quello, e ciò dipende da quella che in psicologia si definisce la personalità premorbosa, che possiamo intuire dalle testimonianze raccolte dai suoi biografi.

 “ ….Rossi educato e gentile non rispondeva…..”

 “….il pittore in barbetta, con quel l’aria umanissima che sempre fu sua tra intenerita e tracotante…..”

“…prendeva tutto sul serio. Nella discussione come nell’azione si impegnava con foga passionale, infuocandosi fino all’intolleranza, fino all’esaltazione……”

 “…mi sembrava spavaldo….il suo assillo era di essere sempre all’avanguardia…”

 “…un uomo buono, di temperamento mite, onesto, con una straordinaria passione per l’arte, con una grande brama di gloria….”

 “….artista purissimo e sensibilissimo, forse il più raffinato di tutti noi, si commuoveva fino alle lacrime davanti alla meraviglia delle isole e delle acque come davanti ai capolavori dell’arte…”

 

         Le Reazioni di Adattamento sono prevalentemente legate a eventi dolorosi non straordinari, quali per esempio i lutti o le stesse separazioni.

 

“……eravamo a Parigi davanti a un braciere - ci raccontò Martini – quando gli giunse la notizia. Gino restò immobile, con una mano sul fuoco….”1912

         La notizia era l’abbandono della moglie. Una reazione depressiva, che, se perdura oltre un certo tempo, diventa come un modo di esistere.

          Le sindromi Post Traumatiche da Stress  ricorrono prevalentemente in situazioni oggettive, spesso gravissime di violenza della natura, quali i terremoti per esempio, o di violenza della sociale, quali per esempio le guerre. Determinano una sorte di analgesia degli affetti, che si concretizza nella perdita della capacità di amare nei sopravvissuti o nei reduci, i quali assumono comportamenti di ritiro sociale e apparente scontrosità.

 “…ti guardava come se non ti vedesse. Poi ch’era diventato misantropo, poteva anche essere che non  potesse vederti…..” e dal diario clinico “….solitario, poco accessibile, passeggia  tutto il giorno…..” (1932).

          L’anamnesi clinica di Gino Rossi presenta grandi eventi stressanti in almeno tre occasioni, forse quattro:

·        il contagio di una malattia venerea, la sifilide, assai pericolosa e temuta, in epoca non databile con sicurezza prima del 1913 che lo porterà alla morte nel 1947 per miocardite.

·        la prigionia durante la 1° Grande guerra nel 1917 con concomitante debilitazione fisica da denutrizione in organismo già infettato.

·       La limitazione della libertà per il ricovero definitivo in Ospedale Psichiatrico,

·       Qualcosa accaduto tra il 1998 e il 1906, forse nei tre anni antecedenti alla morte del padre nel 1901, che non ha mai voluto rivelare o precisare e che resta il vero grande punto oscuro della sua biografia.

     

         L’iniziale diagnosi di Schizofrenia “demenza precoce o demenza allucinatoria paranoidea”, che ha convinto allora come negli anni successivi critici d’arte, amici e biografi, ha determinato 20 anni di sofferenze emotive e la perdita dell’appartenenza sociale in un uomo che appariva conservare spazi di intelligente lucidità fin in punto di morte.

 “ ….vedremo poi chi ci ha voluto veramente bene e chi ci ha dimenticato”

 1947 commento di  Gino  Rossi alla notizia della morte dell’amico Arturo Martini

                  Vi è ragione di ritenere che l’eventuale errore diagnostico all’ammissione in Ospedale Psichiatrico non avrebbe influito più di tanto a tenere conto della situazione di indigenza sociale dell’uomo e dell’artista. Infatti già all’epoca molte sindromi psicorganiche, quale la stessa sifilide o la pellagra, erano destinate al Manicomio in caso di povertà.  La situazione sociale dell’uomo malato Gino Rossi era tale: in pratica non c’era nessuno che potesse prendersi cura di lui. Nessuno poteva apparentemente assisterlo, non la madre, unico familiare, povera e malata anche essa, non gli amici che si dibattevano nelle difficoltà essi stessi per affermarsi o sopravvivere. Rossi era troppo povero e troppo malato, e nessuno dei familiari o degli amici o la stessa compagna, poteva farsene totalmente carico, come era necessario. Infatti dopo qualche dimissione in affidamento viene ricoverato definitivamente insieme ai pellagrosi al Gris. Un ricovero prevalentemente assistenziale come tanti erano a quel epoca.

Talvolta, quando mancava il sostegno sociale, ma il paziente non era povero, esisteva in Manicomio la possibilità di usufruire di un trattamento più alberghiero, detto di dozzinanti, del quale lo stesso Rossi ha usufruito successivamente, quando le sue opere hanno prodotto un po’ di denaro che gli sarebbe stato  molto più utile ricevere prima, ma che ha comunque ricevuto per il rispetto e la stima di amici, pittori e critici d’arte, che gli sono rimasti fedeli.

E’ vero anche che allora si tendeva a negare la sifilide quanto più possibile e ciò quanto più la persona apparteneva ad un livello sociale elevato o era intellettualmente apprezzata.  Illuminante è per altro su questo punto è la diversa storia della malattia sifilitica di Nietzsche. La stessa confidenza del grande filosofo con ambienti psichiatrici, impegnati in ricerche di fenomenologia e di psicoanalisi, sembra aver realizzato  un contesto sociale e clinico che ha preferito, fino all’ultimo,  ignorare l’eziologia organica dei disordini del pensiero del filosofo e piuttosto preferito pensarli come follia.

         Per Gino Rossi al contrario, sembra che quasi una Pietas Sociale ha negato l’eziologia organica perché ha voluto trovare una ragione di ricovero definitivo in Ospedale Psichiatrico mentre gli negava quel riconoscimento intellettuale ed artistico che ampiamente meritava e che invece rappresentò il successo sociale di Nietzsche.

 

         Rossi non sarebbe certamente potuto materialmente sopravvivere al secondo conflitto mondiale, se non avesse  trascorso quel periodo  in modo ovattato nella prigione manicomiale, che tante vite ha salvato, anche se non proprio tutte:

 “ le SS fecero delle indagini e risalirono all’identità di quelle persone…..non ci dissero dove li avrebbero portati … e di quegli uomini non si seppe più nulla.”

testimonianza 2004

 Ciò che veramente l’Artista pensava e studiava, possono essere desunti solo da quanto egli stesso ha lasciato o si è potuto ritrovare. Le ricerche infatti delle sue opere dopo la morte, quelle soprattutto che nessuno aveva voluto acquistare, porta i suoi lavori ad un centinaio, alcuni dei quali ritrovati in circostanze fortunose e per la maggior parte non certamente databili.

         I documenti autentici di comunicazione dei vissuti dell’Artista sono principalmente le sue Opere e, non per ultime, le sue lettere.  

Le opere sembrano raccontare nel loro sviluppo, quando riconoscibile con sicurezza un  abbattimento del tono dell’umore almeno in tre momenti. In tali circostanze storiche, 1913 e 1923 e 1932, la depressione sembra non primitiva, ma secondaria alle tristi vicende di quei momenti e alla situazione personale. La malattia nel 1912, la miseria reale nel 1923, quando, reduce dalla guerra e dalla prigionia, vive per anni nel Montello privo di mezzi di sussistenza e nel 1932  in Ospedale Psichiatrico, quando comprende che il deterioramento mentale e visivo gli impedisce di realizzare cosa forse ha in mente di fare.

 

Le lettere e le azioni al rientro dalla guerra non  sono infatti indicative  della perdita di capacità di amare, ma dimostrano invece una tensione alta per superare le difficoltà e una grande voglia di vivere.

 “…detto questo, ti ripeto tutta la mia simpatia e amicizia. ….insomma mi son divertito…

….Aff.te ti saluto …”

 Lettera a Nino Barbantini 1921

 Le sue parole, ricordate e riportate dagli amici, tradiscono tuttavia una lucidità nell’esame di realtà già evidente nelle lettere poco prima del ricovero.

 “in questo mondo del dopoguerra non c’è posto per i deboli né per gli ingenui”

 dalle lettere di Gino Rossi 1925

 Sappiamo che durante il ricovero era apparentemente poco creativo, poco attivo nella sua professione di Artista anche quando messo in condizione di dipingere. La documentazione ritrovata delle sue produzioni durante il ricovero mostra segni incompleti, tentativi poco comprensibili di comunicazione non verbale, indicativi di una destrutturazione della personalità di tipo psicotico.

Ma segna anche un piccolo grande capolavoro, se vogliamo un po’ trascurato dalla critica,

 Foto n.1 : Gino Rossi “Il cortile del manicomio”.

 

 

         C’è in questa opera un ritorno del segno ornato che i critici riferiscono ad una precoce influenza sul pittore della secessione viennese che orienta l’opera verso una piacevolezza decorativa di sapore Liberty. C’è un messaggio criptico per chi guarda, che nella combinata struttura dei segni e del colore, che non c’è , può essere indotto a riconoscere qualcosa che si nasconde e si svela al tempo stesso.

          Prevale in questa opera un’attenzione al segno, o alla forma del disegno, che contrasta con la predilezione del colore come definizione della forma in alternativa al segno, che era tipica e fortemente caratterizzante la sua precedente esperienza artistica a ben diritto collocata nei Fauves.

  

Foto n.2 : Gino Rossi (1911)  “ la casa nell’orto a Burano”.

 

 

          Critici e storici dell’Arte iscrivono l’Opera di Gino Rossi nel fauvismo ed invero il primo percorso lo porta ad esprimere nel colore la sua Arte, un colore fantastico che vuole trascendere la realtà invece di raffigurarla.   La successiva fase apparentemente trascura il colore per privilegiare le ricerche della forma e anticipa novità espressive che ritroviamo poi da altri sviluppate.

                   E la sperimentazione cubista, che lascia a confronto due ritratti dei quali uno compiuto e l’altro apparentemente incompiuto. Molte tracce di studi per lo più come interrotti e, non per ultimo, l’affanno per correggere l’impostazione strutturale di uno degli ultimi dipinti, ritenuto un capolavoro, “fanciulla alla finestra”, che l’artista ancora in manicomio cercava di correggere dimostrando la sua insoddisfazione, testimoniano come uno sforzo costante, anche se male espresso.

  

Foto n.3 : Gino Rossi   “ schizzi”.

 

 

 

 

 

L’esperienza artistica di Gino Rossi è una ricerca continua espressiva perfettamente collocata nel suo tempo. Insieme alle radici venete  comuni ai  grandi classici pittori veneti (Tiziano, Veronese, e Tiepolo) , presenta una grande complessità artistica nella quale si ritrovano elementi comuni a Van Gogh, Klimt, Cézanne, Gauguin, Picasso, Botero e non per ultimo la sua partecipazione al movimento di “affiches”. I pittori che si sono dedicati ai manifesti perseguivano una ricerca di  identità tra immagine e contenuto, fra forma e funzione e l’unità visiva, che vi è ragione di ritenere sia stato l’elemento dominante della ricerca stilistica di questo grande Artista .

 Sappiamo da acuti osservatori che nella solitudine esistenziale in Ospedale Psichiatrico pensava ancora, e molto ai colori, così come alla forma.

 “quando gli chiedevo che cosa stesse facendo , mi rispondeva con una certa aria di mistero sempre e soltanto:composizione …………………………lo trovai calmo, quasi sereno, con delle riviste d’arte sottobraccio”

da 1926 a 1933 Nino Springolo

         Una ricerca pittorica veramente sviluppata fino all’ultimo momento nella solitudine dei suoi pensieri a partire da quel cambiamento che i critici collocano già dal 1913 quando la sua pittura si fa più drammatica e più cupa fino alla meditabonda “Fanciulla alla Finestra”, la sua ultima opera compiuta, prima del ricovero in ospedale psichiatrico.

   Ha continuato a ricercare l’unità visiva e ciò, paradossalmente, in una cecità quasi completa.  E ciò non deve sorprendere perché nelle cecità acquisite il non vedente ricorda i colori e vede con la mente.

  

Foto n.4 : Gino Rossi   ritratto fotografico dell’artista.

 

 

 

Da quanto la storica dell’arte osserva attraverso l’analisi stilistica dell’ultima opera “poemetto della sera”, dovremmo poter pensare che la sofferenza psicologica e umana non ha bloccato la ricerca pittorica che stava trovando una soluzione creativa.

                 

  

Foto n.5 : Gino Rossi   “ Poemetto della sera ”.

 

“Non sappiamo cosa ancora avrebbe fatto; è certo che nelle sue ultime opere , nel periodo dal 1920 al 1923, sono i più alti raggiungimenti della sua arte….probabilmente avrebbe mitigato la severità del colore lasciando riaffiorare in un nuovo modo e con un’altra funzione il suo ricco e smagliante colore istintivo come si vede già in quel quadretto che fu il suo ultimo messaggio…” da Palma Bucarelli

          Purtroppo il progredire della malattia biologica ha definitivamente impedito la sua espressione perché gli sono mancati materialmente gli strumenti biologici per comunicare cosa aveva trovato: la vista e la memoria delle abilità tecniche.

         Molte affermazioni di artisti del 900, sono riprese da psicologi e psicoanalisti, extra contesto di critica d’arte, per suggerire possibili intuizioni degli artisti dei rapporti tra arte e inconscio.

 “L’arte non ripete cose visibili, ma rende visibile”

 (Paul Klee)

“Dipingo per esprimere le mie emozioni i miei sentimenti e le mie sensazioni ‘'

(Matisse)

 Nulla di tutto ciò ritroviamo negli scritti di Gino Rossi sempre teso, anche nella malattia, a perseguire un pensiero logico in armonia con la sua sensibilità.

“ se ho un vaso davanti con dietro dipinto un fiore e devo ritrarlo, io che so che dietro il vaso è dipinto il fiore, se sono sincero devo far vedere il fiore e quindi scomporre il vaso”

parole di Gino Rossi riferite da Springolo 1933

         Appare pertanto allo stato dei documenti disponibili e agli occhi di uno psichiatra di dover concludere  che scritti, osservazioni, diari clinici, opere e schizzi testimoniano una materiale impossibilità di dire e comunicare, piuttosto che una povertà destrutturata dei contenuti creativi artistici.

Le più nuove ed innovative soluzioni stilistiche dell’Artista riferite  all’ultimo percorso dell’uomo in una vita resa affannata da una malattia che non perdona, e da un bisogno assistenziale che si è trasformato in una dolorosa prigione, non li possiamo purtroppo apprezzare.

Probabilmente tutto era per lui più chiaro, assai più di quanto noi possiamo vedere dalle sue opere e dai suoi studi di autore.]

  

Riferimenti Bibliografici

 

 Evert van Uiter “Van Gogh” , Galleria d’Arte Moderna-Roma,1988 ed. Rizzoli

V. Sgarbi  ‘Arte, Genio, Follia ’ il giorno e la notte dell’artista” edizione Mazzotta 2009

Meoni A. M. "Un secolo di manicomi dal 1898 al 1998" in "Seminari di Neuropsichiatria e Psicoterapia Vol 2°" ed. EUR,Roma 2003

 

Riferimenti biografici dell’artista:

 

A.Chiades “Vita di Gino Rossi”, ed. Terra Ferma, Vicenza 2006.

G.Mazzotti “colloqui con Gino Rossi”,pag. 74 ed.Canova,Treviso 2006

L.Tosi, R.Frattini, P.Bruttocao “S.Artemio:storia e storie del manicomio di Treviso”, ed. Cral ULSS n.9 e Provincia di Treviso , Grafiche Bernardi “2004 \\

 

Riferimenti per le opere dell’artista

 

M. Gauderzo,C.Scala “Gino Rossi la nostra passione.” Editoriale  Giorgio Mondatori, Asolo – 2010

P.Bucarelli “Gino Rossi”, pag.10 ed. EDITALIA-, Roma 1956

D. De Angelis “Gino Rossi e la Mittleeuropa” in Gino Rossi e l’Europa, Treviso 1994.

 

Riferimenti per le immagini:

url: http://www.ciacoeoni.net/ArtistiaVenezia/GinoRossi/tabid/75/Default.aspx

 

 
* Anna Maria Meoni Primario dr.ssaPsichiatra agupart@hotmail.com
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anna Maria Meoni   dr.ssaPrimarioPsichiatra agupart@hotmail.com

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