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Senza diritto di replica. Sulla memoria del teatro.

Narrare il teatro, narrare di teatro, serbare memoria di un’arte il cui fascino e la cui dannazione coincidono in quella dimensione effimera che lo rende irripetibile, meravigliosamente e dannatamente irripetibile. Raccontarne la storia o ricostruirla, fermarne frammenti, sempre parziali, sempre incompleti, sempre fragili: e poi chiedersi se ne valga la pena oppure se, come nella vita, poco pochissimo debba essere conservato e il resto debba essere perduto. Giustamente perduto.

 Ecco, partirei di qui per ripensare al teatro e alla sua tradizione. Da questa difficoltà a cui non si possono trovare soluzioni definitive e che pone lo spettatore e il teatrante, il critico e lo storico, l’appassionato e il fruitore occasionale entro uno spazio definito da limiti precisi e in cui, analogamente a ciò che accade nelle esperienze di vita, la fine chiude l’evento e la sua fruizione per sempre.

La recita, che solo nel presente esprime la propria vita artistica, è destinata a perdersi.

Lo stesso testo drammatico, che ad alcuni dà l’illusione di permanere, come ogni elemento della storia umana, subisce una trasformazione che lo rende inconoscibile nella sua originarietà: traccia anch’esso di quanto fu un tempo nel con-testo in cui venne elaborato e fruito, è un residuo testuale, impossibile da recuperare integralmente. Che si tratti di Shakespeare, di Gozzi o di Dumas, il testo originario è perduto per sempre perché il contesto in cui visse è perduto.

Con la sua assenza e non con la sua presenza è necessario al contrario fare i conti, con il residuo di ciò che fu, con le tracce, con i silenzi. 

Certo in teatro resta qualcosa che riguarda la sapienza del fare (e non l’opera in sé) e che, come nei mestieri artigianali, si trasmette come eredità, da teatrante a teatrante, come patrimonio da riusare.

Frammenti della parole del singolo entro la langue della cultura teatrale di un certo tempo, vengono custoditi nella misura in cui il linguaggio della scena a loro contemporaneo è disponibile a trattenerli, ad assimilarli come patrimonio comune, a riusarli. Nella misura in cui altri vengono abbandonati.

E poi restano i ricordi: le immagini dei ricordi, le narrazioni dei ricordi, patrimonio questo altrettanto fecondo, altrettanto condizionato dalle necessità della storia, dalla disponibilità al ricordo, dalla lotta contro l’oblio.

“Un evento vissuto è finito o, per lo meno è  chiuso nella sola sfera dell’esperienza vissuta, mentre un evento ricordato è senza limiti, perché è solo la chiave per tutto ciò che è avvenuto prima e dopo di esso” (W. Benjamin, Per un ritratto di Proust, in Id., Avanguardia e rivoluzione, Einaudi Torino 1973, p. 28).

Ecco allora che il pudore di fronte all’esperienza del teatro entra in dialogo con la necessità, che talvolta si fa urgenza, di trattenere qualcosa, di raccontarla, poi, rimasticata. Il racconto di un incontro, di un’esperienza, non di una cosa o di un’opera.

Una memoria che procede dunque per narrazioni o per istantanee frammentate, in entrambi i casi, memoria di uno sguardo parziale, condizionato e, per questo motivo, ‘vero’.  

E per “Voltapagina”, ho pensato che mi sarebbe piaciuto raccontare di racconti o di sguardi sul teatro, di oggi e di ieri.

Di sguardi che hanno modificato la nostra percezione del teatro.   

Come questo di Diderot: 

«Non appena si alzava il sipario e giungeva il momento in cui tutti gli altri spettatori si predisponevano ad ascoltare, io, invece, mi mettevo le dita nelle orecchie, non senza stupore di chi mi circondava che, non capendo, mi guardava come se fossi un pazzo, che andava a teatro per non ascoltare. Io mi preoccupavo molto dei giudizi e tenevo ostinatamente le orecchie tappate fin tanto che l’azione e la recitazione dell’attore si accordavano con il discorso che mi ricordavo. Ascoltavo soltanto quando ero disorientato dai gesti o credevo d’esserlo. Ah, signore, ci sono ben pochi attori in grado di sostenere una simile prova e i dettagli in cui potrei entrare sarebbero umilianti per la maggior parte di loro. Ma preferisco parlarvi della sorpresa sempre nuova di coloro che mi stavano accanto quando mi vedevano piangere nei momenti più patetici e sempre con le orecchie tappate. Allora non riuscivano a trattenersi e i più curiosi azzardavano domande a cui rispondevo freddamente ‘che ognuno aveva il suo modo di ascoltare e che il mio era di chiudermi le orecchie per intendere meglio[…]».  Denis Diderot, Lettera sui sordomuti, 1751.

Donatella Orecchia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donatella Orecchia  è ricercatore presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma ‘Tor Vergata’, settore scientifico-disciplinare L-ART 05, Discipline dello spettacolo.

PUBBLICAZIONI

- MONOGRAFIE

Il sapore della menzogna. Rossi, Salvini, Stanislavskij: un aspetto del dibattito sul naturalismo, Genova, Costa & Nolan, 1996.

Il critico e l’attore. Silvio d’Amico e la scena italiana di inizio Novecento, Edizioni del DAMS, Università degli Studi di Torino, 2003.

Claudio Morganti, in collaborazione con Mp. Pierini, Editrice Zona, 2004.

La prima Duse. Nascita di un’attrice moderna (1879-1885), Roma, Artemide, 2007.